Messa in tempo di pandemia e intenzione per la liturgia della Passione del Venerdì Santo

Una nuova intenzione universale da pregare durante la liturgia della Passione del Signore il Venerdì Santo e una Messa per il tempo di pandemia, da celebrarsi durante questo tempo di crisi. Sono le due indicazioni che la Congregazione del Culto divino pubblica con appositi decreti sul suo sito web dopo averle inviate ai vescovi di tutto il mondo.

Il Venerdì Santo si pregherà anche «per i tribolati nel tempo di pandemia», cioè «per tutti coloro che soffrono le conseguenze» della crisi attuale, «perché Dio Padre conceda salute ai malati, forza al personale sanitario, conforto alle famiglie e salvezza a tutte le vittime che sono morte». Si chiederà a Dio di guardare con compassione coloro che patiscono, di alleviare il dolore dei malati, di dare forza a chi si prende cura di loro e di accogliere nella pace i defunti.

Inoltre, con un apposito decreto, il Dicastero – al quale sono giunte molte richieste in questo senso– propone la celebrazione di una Messa «specifica per implorare da Dio la fine di questa pandemia». La celebrazione potrà avvenire in qualsiasi giorno «eccetto le solennità e le domeniche di Avvento, Quaresima e Pasqua, i giorni fra l’ottava di Pasqua, la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, il mercoledì delle Ceneri e le ferie della Settimana Santa».

Nella colletta si pregherà così: «Dio onnipotente ed eterno, provvido rifugio in ogni pericolo, rivolgi propizio il tuo sguardo verso di noi che con fede ti supplichiamo nella tribolazione e concedi l’eterno riposo ai defunti, sollievo a chi piange, salute agli ammalati, pace a chi muore,forza agli operatori sanitari, spirito di sapienza ai governanti,e l’animo di accostarsi a tutti con amore per glorificare insieme il tuo santo nome».

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  testo del decreto 

con le indicazioni per la Messa per il tempo di pandemia, che in questo periodo si potrà celebrare solo la mattina di sabato 5 aprile e dopo l’Ottava di Pasqua.

 

fonte: Vatican news

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Domenica delle Palme: messa del vescovo Claudio in diretta tv e YouTube

Anche la domenica delle Palme sarà, in questo tempo di emergenza sanitaria, una domenica con celebrazioni a porte chiuse e senza partecipazione di fedeli. Non ci sarà neanche la festa delle Palme dell’Acr, che tradizionalmente vedeva migliaia di bambini e ragazzi, provenienti da ogni angolo della Diocesi, confluire in piazza delle Erbe a Padova per un pomeriggio di condivisione, gioia e preghiera con il vescovo Claudio.

Ma grazie ai mezzi di comunicazione sarà possibile seguire la messa della Domenica delle Palme celebrata dal vescovo Claudio Cipolla, a porte chiuse, in Cattedrale a Padova, con inizio alle ore 9.30. La celebrazione sarà trasmessa in diretta sui canali youtube (http://www.youtube.com/c/DiocesiPadovaVideo), e social della Diocesi di Padova e in diretta televisiva su Tv7 Triveneta, al canale 12 del digitale terrestre.

Per i ragazzi e bambini che non potranno vivere quest’anno la festa delle Palme insieme, l’Azione cattolica ragazzi ha predisposto un video che sarà pubblicato alle ore 15 sui canali youtube della Diocesi e dell’Azione cattolica (www.acpadova.it) che prevede anche un intervento del vescovo Claudio indirizzato ad aiutare i più giovani a prepararsi alla Pasqua in questo tempo di prova.

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15_#iorestoacasaepenso_Giorgio Pusceddu

Sono nato nella prima metà degli anni ‘80. Faccio parte di una generazione che, nell’arco della propria iniziale parabola di vita, ha visto esplodere le possibilità personali. Una “libertà di” crescita incredibilmente agganciata all’idea di un mondo alla portata. Con i suoi lati positivi e negativi. La generazione iperconnessa dal 56k al 5G, la generazione Erasmus, la generazione che ha iniziato a lavorare sotto la crisi del 2008. Probabilmente abbiamo un’idea del mondo diversa da quella dei nostri genitori alla stessa età: più veloce, più complesso, meno prevedibile ma comunque ricco di opportunità.

E poi, da un giorno all’altro, ci ritroviamo chiusi in casa. Scopriamo che non possiamo uscire, non possiamo correre, non possiamo incontrare gli amici, non possiamo andare a lavorare. Tutto così repentinamente che il passaggio di stato fa pensare a una frattura: una rottura di usi e abitudini che richiederà tempo per essere ricomposta, sperando che la calcificazione renda più resistente la struttura (sanitaria, sociale, culturale,…). Non abbiamo avuto altre esperienze così coinvolgenti di fratture. Certo ci sono situazioni personali ben più devastanti di quanto “in media” possiamo sentirci colpiti dal coronavirus, ma la differenza è che ora ci siamo in mezzo tutti, in questo stand-by dal risvolto esistenziale: gran parte delle cose che sembrano avere valore e che nutrono di significato la vita sono compresse, alleggerite o addirittura sospese.

Uno stand-by che svuota, il singolo e il popolo. Ricorda il respiro, analogia un po’ cruda viste le circostanze, ma calzante.

Le nostre vite piene, spesso esuberanti, con le agende gonfie di cose buone (ossigeno) e anche di scarti, sono costrette a svuotarsi. E in questa dinamica, che alcuni scenari dei prossimi mesi dipingono ritmica in base all’evolvere della situazione, ci può stare una consapevolezza. La stessa che viene stimolata negli approcci alla preghiera, alla meditazione, alla mindfullness: attenzione al respiro per essere consapevole di sé, innanzitutto come essere vivente.

Una dinamica che sembra apnea ma è l’esatto contrario. Non sono sospeso, sono vivo. Una dinamica che mi invita a guardare in faccia l’esistenza nella sua essenza, a dirmi cosa conta veramente, a esercitarmi nella consapevolezza che esisto, soprattutto se so stare. Nel presente. E in questi giorni, a casa. Come singolo e come popolo.

Giorgio Pusceddu, Ufficio diocesano di Pastorale dei Giovani

3 aprile 2020

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14_#iorestoacasaepenso_Giovanni Realdi

Il fatto è che lo star fermi conduce obbligatoriamente ad aumentare il tempo di pensiero. E se nessuno ci ha insegnato come e cosa pensare, noi semplicemente ospiteremo in testa quanto ci troviamo di disponibile, e quindi – di questi tempi, ben prima dell’epidemia – quanto di letteralmente disponibile troviamo tra le mani, scorrendo le schermate del telefono.

Nulla di male. È che, direbbe Foster Wallace, non stiamo facendo nessuno sforzo, non stiamo affatto scegliendo a cosa dedicare il tempo, su cosa accendere la luce della ragione. Immersi nello streaming, nel flusso di notizie, meme, video, audio, immagini possiamo persino convincerci di esserci fatti un’idea del mondo.

Possiamo certo alleviare lo spirito, qualora esso sia appesantito dal dolore. Se tuttavia perseveriamo in un costante status di leggerezza, è perché abbiamo scordato il momento esatto in cui tutto è diventato pesante. In cui noi ci siamo fatti pesanti.

Da pesanti a pensanti: si rende necessario uno sforzo, salire un gradino un poco alto, alzarsi dalla sedia. Uno stacco, un’interruzione forzata. La corrente salta, tutto resta buio. Ecco che reagiamo, cerchiamo una candela – metaforica si intende –, nulla da mostrare alla finestra.

Se per cause da noi indipendenti ci sia restituito un poco di tempo, usiamolo per prenderci la distanza di cinque centimetri dalla realtà. Per guardarla da fuori.

Ma se ora ci pensiamo, non facciamolo solo per pensarci su – ricadremmo nella corrente –e invece abbiamo voluto togliere la spina.

Ecco: la preghiera – questo millenario istituto – è un modo per galleggiare sulla realtà, senza essere palloni gonfiati. È un modo per non affogare nella realtà, facendoci un poco più leggeri, non piume, ma pomici.

Prendere le distanze vuol dire prendere atto che anche oggi possiamo mangiare; vuol dire celebrare che siamo qui e possiamo vederci e parlarci; vuol dire confessarci che la notte fa paura, e che possiamo raccontarci i mostri che stanno sotto i letti; vuol dire riportare alla memoria chi non ha nulla di questo, perché è nato in Siria, o in Libia, o…

Vuol dire sentire sul viso, come nella primavera che inizia, il sole, che dice: voi siete figli amati. Da pesanti, a pensanti, a pensati.

Giovanni Realdi, insegnante e formatore

2 aprile 2020

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Dove vuoi che ti prepariamo la Pasqua

Quest’anno per ciò che tutti stiamo vivendo, è davvero un anno particolare e lo sarà anche e soprattutto per la Pasqua che vivremo. Una Pasqua che nessuno si ricorda così, neppure i più anziani. E tuttavia una Pasqua quanto mai vera, proprio come quella che visse Gesù nella sua carne, e che ha stampato nel cuore dei suoi fratelli e sorelle attraverso il suo corpo e il suo sangue.

La Pasqua va preparata, e soprattutto quest’anno in cui non potremmo celebrarla in chiesa.

Già nel libro dell’Esodo (cap. 12) Dio dà a Mosè delle precise indicazioni su come preparare e vivere la Pasqua, all’interno di ogni famiglia ebrea che si apprestava a lasciare l’Egitto.

E anche Gesù chiede ai suoi discepoli di andare a preparare la Pasqua:

Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: «Andate a preparare per noi la Pasqua, perché possiamo mangiare». Gli chiesero: «Dove vuoi che la prepariamo?».  Ed egli rispose: «Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà e direte al padrone di casa: Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà una sala al piano superiore, grande e addobbata; là preparate». Essi andarono e trovarono tutto come aveva loro detto e prepararono la Pasqua. (Lc 22,8-13)

E dunque, prepariamoci alla Pasqua insieme, nel nostro cuore, con la nostra famiglia, dentro alle nostre case.

Il testo che trovate in allegato offre una traccia che può essere riadattata a seconda delle possibilità di ogni singolo o famiglia. Nelle famiglie con la presenza dei bambini è bene valorizzare il loro coinvolgimento.

Buona preparazione alla Pasqua.

Don Giorgio

 

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13_#iorestoacasaepenso_don Luca Facco

Come vivere la carità in tempo di Coronavirus? In tempi di non prossimità?

La domanda è aperta e posso solo provare a condividere cosa stiamo imparando in questo momento…

Stiamo imparando che la prima e più importante forma di carità oggi è stare a casa. E rispettare le regole delle autorità sanitarie.

Stiamo imparando a voler bene a noi stessi. Come già ci aveva indicato Gesù di Nazareth: «ama il prossimo tuo come te stesso». Oggi possiamo porre molta più attenzione e cura al nostro mondo interiore. È importante in questo tempo aver cura del lavaggio delle mani, di ogni attenzione per evitare qualsiasi forma di contagio, ma questo tempo ci aiuta anche ad aver cura dei nostri pensieri, delle nostre paure, delle nostre preoccupazioni. Questo non è solo un tempo di attesa, perché tutto finisca presto, quasi una perdita di tempo, ma è un tempo di cui tener traccia, perché può ri-velarsi un tempo fecondo di pensieri nuovi e di conoscenza di noi stessi. Può essere di aiuto tenere un diario dove scrivere tutto quello che stiamo conoscendo, ascoltando, incontrando e che si sta muovendo dentro di noi: pensieri, sentimenti, intuizioni…

Stiamo riscoprendo il modo di voler bene a chi ci vive accanto. Stiamo vivendo con i nostri familiari o abitanti della stessa casa/comunità molte ore insieme. Non sempre è facile e semplice, ma possiamo imparare a vivere gesti di gentilezza, piccole attenzioni e cura di particolari che possano aiutarci a vivere questi rapporti stretti come momenti di grazia e di conoscenza reciproca.

Stiamo imparando a voler bene ascoltando e chiamando amici, parenti, persone sole, persone che da tanto tempo non sentiamo. Stiamo imparando che Carità non è fare, parlare, dare, ma la prima e più alta forma di carità è l’ascolto. Quanto è importante fare una chiamata semplicemente per chiedere “come stai?”, ascoltare le parole, ascoltare il tono di voce, ascoltare il detto e il non detto. Ascoltare non facendo mille altre cose in contemporanea, ma con attenzione e consapevolezza.

Stiamo imparando a voler bene rioganizzando e trasformando tutti i nostri servizi caritativi per renderli possibili e adeguati alle nuove esigenze. Stiamo imparando ad accogliere la disponibilità e la voglia di far del bene di tanti giovani che si stanno mettendo a disposizione per portare, nelle forme adeguate, la borsa spesa a tante famiglie con vulnerabilità e fragili dal punto di vista economico.

Stiamo imparando a voler bene riscoprendo il valore della preghiera personale/familiare e domestica. Una preghiera che diventa intercessione per tante situazioni drammatiche che sentiamo durante il giorno ma anche una preghiera che diventa gratitudine e riconoscenza per tanti esempi di passione, dedizione, amore di cui sentiamo parlare in questi giorni.

don Luca Facco, direttore Caritas Padova

1 aprile 2020

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