Covid19 – Materiali Pastorali

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Covid19 – Lettere

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Covid19 – Comunicazioni ufficiali e aggiornamenti

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05_ #iorestoacasaepenso_don Riccardo Battocchio

Se il Dio a cui ci riferiamo è il Padre di Gesù Cristo che manda il suo Spirito perché ci sia vita, allora non possiamo negare che egli abbia a che fare anche con la storia di un popolo sconvolto da una malattia che, oltre a far soffrire e morire tante persone, mette alla prova la resistenza delle strutture sanitarie e delle istituzioni pubbliche.

Il Dio di cui parla la Bibbia, colui nel quale noi cristiani diciamo di credere, è il Padre che si prende cura di ogni creatura, del passero e del giglio del campo. Negarlo significherebbe prendere le distanze da tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto.

Siamo tribolati e angosciati: non saremo mai separati dall’amore di Cristo. L’amore dal quale nemmeno il coronavirus può separarci è il modo di stare con noi stessi, con gli altri, con la natura e con Dio che Gesù, il Cristo, ha vissuto nella sua carne, consegnandocelo perché diventi il nostro modo di stare al mondo.

La questione si ripresenta oggi come in passato. Pensiamo al terremoto che a Lisbona, il 1° novembre 1755, causò la morte di un numero di persone fra 60mila e 90mila. O a ciò che è accaduto in Europa fra il 1933 e il 1945. Due storie diverse, in seguito alle quali molti si sono interrogati sulla sensatezza della fede in Dio.

C’è stato chi si è messo dalla parte della divinità sforzandosi di sostenere le sue ragioni e le ragioni di chi continua a credere che esista un ordine provvidenziale. C’è chi ha assunto il ruolo del pubblico ministero, mettendo sotto accusa l’idea stessa di un dio creatore.

Da cristiani, preferiamo attenerci alle parole che ci vengono consegnate dalla Bibbia, in particolare dai Salmi: anche nella sventura di questi giorni c’è posto per l’invocazione, la rabbia, la paura, l’imprecazione, la domanda di aiuto, la consegna fiduciosa nelle mani più forti di un Padre che, come una madre, nella vita e nella morte, ha cura di tutti i suoi figli.

don Riccardo Battocchio, teologo e rettore del Almo Collegio Capranica

19 marzo 2020

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I sussidi per la preghiera di domenica 22 marzo e per il rosario del 19 marzo

Anche questa settimana, viste le limitazioni dovute all’emergenza Coronavirus, domenica 22 marzo (quarta di Quaresima), alle ore 10 sui canali Youtube e social della Diocesi di Padova (http://www.youtube.com/c/DiocesiPadovaVideo) verrà trasmessa la messa presieduta dal vescovo Claudio Cipolla, in forma non pubblica.

La diretta della messa del vescovo di Padova sarà trasmessa anche dall’emittente Tv7 Triveneta sul canale 12 del digitale terrestre.

In allegato vengono proposti le proposte di preghiera in famiglia per domenica 22 marzo e il sussidio per accompagnare la preghiera del rosario indetta per giovedì 19 marzo alle 21 dalla Conferenza episcopale italiana.

Preghiera per la quarta domenica di Quaresima in word
Preghiera per la quarta domenica di Quaresima in pdf
Sussidio per il Rosario di giovedì 19 marzo

 

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04#iorestoacasaepenso_don Vincenzo Cretella

Gino e Dina sono sposati da qualche anno, hanno due figli e si vogliono molto bene. Vivono in una bella città, lui lavora per una multinazionale e lei sta a casa con i bambini ancora piccoli. A Gino viene chiesta una trasferta di lavoro, dovrà recarsi molto distante da casa per due mesi non potendo così più vedere Dina e i piccoli. Una grande prova per questi giovani sposi; sicuramente sia l’uno che l’altra saranno stati sorpresi, preoccupati, dispiaciuti. Necessariamente in questi due mesi dovrà cambiare la forma dei loro gesti, delle loro attenzioni, del loro volersi bene. La loro relazione sfonderà in modo nuovo il modo e lo spazio. Quello che non cambierà però è il contenuto: l’amore. Passati i due mesi, torneranno a vivere sotto lo stesso tetto, a fare uno il caffè per l’altra la mattina, a decidere chi va a fare la spesa, a giocare con i bambini; riprenderanno a manifestare nelle piccole cose di ogni giorno il loro amore di sposi e tutto avrà un sapore nuovo, rinnovato, più intenso.

Fuor di metafora, i giorni che stiamo vivendo ci stanno chiedendo una repentina revisione della forma, dell’espressione della nostra fede, e una bella verifica del contenuto. Il non poterci ritrovare come comunità per celebrare insieme la liturgia ci pone molti interrogativi e, almeno personalmente, mette in rilievo come abbiamo “ristretto” ogni nostro modo di preghiera alla sola “messa”. Un po’ come se il sacramento del Matrimonio di Gino e Dina vacillasse perché Gino non può più dare il consueto bacio appena sveglio a Dina. Per quello che riguarda poi la disaffezione, l’irrilevanza, il rischio di dimenticare uscendo dall’abitudine, credo sia proprio una benedizione: quando esci di casa controlli se hai dimenticato le chiavi, il telefono; ma non controlli mai il cuore o i polmoni. Non dimentichi ciò che è dentro di te! Abbiamo la certezza rassicurante che Gino non dimenticherà Dina, così come chi crede non dimenticherà il Signore. A tal proposito A. Schmemann dice: «Molto spesso diciamo di andare in chiesa per ricevere aiuto, grazie, consolazione, e dimentichiamo di essere noi la chiesa, che Cristo dimora nelle sue membra e che la chiesa non è al di fuori né al di sopra di noi: noi siamo in Cristo e Cristo è in noi[1]».

don Vincenzo Cretella

[1] A. Schmemann, L’Eucaristia sacramento del Regno, Ed. Qiqajon, Magnano (BI) 2005, p. 25-26.

18 marzo 2020

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03_#iopensoerestoacasa_don Andrea Toniolo

«I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per lingua né per consuetudini di vita. Pur seguendo nel vestito e nel vitto le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con il loro modo di vivere sono superiori alle leggi» (Lettera a Diogneto, II secolo).

Le vicende di questi giorni mi hanno evocato questo antico testo sullo stile di vita dei cristiani.

I tempi del virus stanno cambiando il nostro modo di vivere: non possiamo fare una passeggiata o salutare le persone da vicino. E cambiare un’abitudine è difficile. È più facile cambiare la macchina o la casa.

Passata l’emergenza, torneremo al vecchio trend di vita. Ma il nostro stile di vita tornerà perfettamente come prima, come se niente fosse successo? Penso di no. Spero di no.

Torneremo alle stesse abitudini, ma non allo stesso stile di vita, perché c’è differenza tra abitudine e stile, tra il fare e il modo di fare. La differenza che c’è tra il dipingere un quadro in serie e dipingere un quadro, come se fosse la prima volta. Lo stile è il modo unico e originale con cui faccio le stesse cose. Dice un modo autentico di abitare il mondo: e il cristiano lo abita con un proprio stile, che si esprime attraverso il linguaggio della carità e quello della speranza.

Dopo questo tempo, che nessuno avrebbe voluto, non cambieremo le abitudini ma lo stile: aggiungeremo un tocco di sobrietà nelle azioni, un tocco di solidarietà nelle relazioni, un tocco di gratitudine per il molto che abbiamo, un tocco di speranza nelle prove.

Leggevo di una figlia che ha visto morire velocemente il papà anziano, senza salutarlo; nemmeno il funerale. Non penso che quella donna tornerà come prima, anche se farà le stesse cose. Tanti medici e infermieri si spendono in maniera straordinaria, segni di un’umanità bella. La loro testimonianza renderà più bello il nostro modo di abitare il mondo.

Anche per le comunità di fede non sarà come prima. L’Eucaristia ogni domenica non sarà più scontata, ma desiderata. Cambierà lo stile dei preti: saremo più sobri nelle proposte, convinti che se non cresce la fede personale non c’è trasmissione del cristianesimo.

Ma il tempo del virus cambierà veramente il nostro stile di vita?

 don Andrea Toniolo, teologo, direttore del ciclo di specializzazione della Facoltà teologica del Triveneto

17 marzo 2020

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