Le suore elisabettine di Villa Immacolata. Sono arrivate un anno prima dell’apertura della casa. 61 le presenze dal 1949

Sono arrivate nel 1949, per “preparare” la casa, come fa una madre. E come una madre la loro presenza è associata al senso di accoglienza, allo stare bene. Sono le suore terziarie francescane Elisabettine che a Villa Immacolata si sono dedicate prima alla gestione pratica della casa e anche a quella economica, ora invece si è fatta più forte la dimensione spirituale. 61 le religiose che hanno prestato servizio dall’anno del loro arrivo a oggi. Ora sono rimaste in tre: suor Agnese Loppoli, la superiora, suor Milva Rossi e suor Giannagnese Terrazzin.

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70 anni di Villa Immacolata (1950-2020)

Sono 70 le candeline che spegne in questo mese di luglio la casa di spiritualità diocesana Villa Immacolata, sul monte Rua a Torreglia (Pd). Era il 16 luglio 1950: in quel giorno partirono i primi esercizi spirituali in quella che nacque come “Casa per gli esercizi spirituali”, grazie alla volontà e alla tenacia dei giovani della Gioventù italiana di Azione cattolica, in sigla GIAC, sostenuti dal vescovo Carlo Agostini prima, alla cui presenza nel 1946 fu posta la prima pietra, e Girolamo Bortignon dopo. Quest’ultimo, pastore della Chiesa di Padova dal 1949, accolse subito il progetto e anzi lo rivisitò perché la casa fosse più ampia e articolata e decretò che tutte le parrocchie contribuissero alla sua realizzazione, vedendo in Villa Immacolata una fucina di spiritualità, di vocazioni, di formazione. Sempre nel 1949 arrivarono le suore Elisabettine, che proprio la scorsa estate hanno celebrato i 70 anni di presenza nella casa: ben 61 sorelle hanno vissuto e vi hanno prestato servizio in questi anni. Il 16 luglio 1950 con l’avvio degli esercizi spirituali ci fu l’inaugurazione della struttura, che poi si completò nel tempo con sacrifici e impegno.

Qui sono passate migliaia e migliaia di giovani, preti, laici, religiosi e religiosi, personaggi illustri (vescovi, cardinali, futuri papi, politici…): dagli esercizi spirituali ai convegni nazionali della Cei, dalle riunioni dei vescovi del Triveneto ai corsi per fidanzati… le esperienze e i volti di Villa Immacolata sono innumerevoli. Tre i direttori che si sono succeduti: il primo mons. Pietro Brazzo (resse la casa per 38 anni, fino al 1988); il secondo mons. Danilo Zanella fu precedentemente economo e vicedirettore di Villa Immacolata e poi direttore dal 1988 al 2007; il terzo, l’attuale, don Federico Giacomin, è alla guida dal 2008.

Per festeggiare questo traguardo Villa Immacolata propone una serata di festa, tutta all’aperto, nel rispetto delle disposizioni di prevenzione sanitaria, qualche giorno in anticipo, martedì 14 luglio, con un momento celebrativo e di ringraziamento con la messa presieduta dal vescovo Claudio Cipolla, alle ore 18.30 seguita dalla consegna della pubblicazione realizzata per l’occasione LXX – Villa Immacolata 1950-2020. All’interno la storia di Casa Villa Immacolata raccontata dal “testimone” e abitante storico, Sante Poggese, che festeggia i 50 anni di presenza ed è una memoria vivente di tutti gli eventi e le persone che hanno vissuto la struttura diocesana di spiritualità. Sante Poggese arrivò a Villa Immacolata ventenne e qui ha lavorato fino alla pensione, ora vi risiede e presta il suo servizio come volontario. La pubblicazione raccoglie poi i ricordi di 12 preti che per ragioni diverse hanno vissuto per periodi più o meno lunghi a Villa Immacolata.

Dopo il momento celebrativo, alle ore 20, il tempo per un “panino all’aperto” e poi la serata di festa si concluderà con lo spettacolo all’aperto (inizio ore 21.30) Lazzaro, vieni dentro!, mistero allegro di Giampiero Pizzol con Carlo Pastori e Marta Martinelli, vincitore dell’edizione 2011 dei Teatri del Sacro.

 

Per essere informati sulle attività di Villa Immacolata o per fruire delle proposte in podcast e della web radio, oltre al sito www.villaimmacolata.net è disponibile anche la App di Villa Immacolata scaricabile sul proprio smartphone.

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Festa di san Benedetto – 11 luglio 2020

Carissimi fratelli e sorelle,

mi è caro mantenere questo appuntamento estivo e in compagnia dell’insegnamento di san Benedetto leggere e orientare alcune nostre scelte, convinto che sempre la storia e anche questo presente ci chiedono il coraggio della verità evangelica per comprendere con intelligenza la realtà, rispettandone la complessità; per ascoltarne i quesiti vitali e ricercare soluzioni generative di bene.

In questi ultimi mesi siamo stati fortemente provati dalla pandemia: qualcuno di noi è stato privato di persone care, alcuni hanno sofferto per la malattia, altri hanno vissuto il disagio nell’accesso ai servizi, tanti si sono sobbarcati immani fatiche lavorative e molti sono rimasti a casa. Incombe l’incognita sulla continuità occupazionale e molti sono già senza lavoro. In tutti noi, anche nei più giovani, si sono impressi i segni dell’isolamento. L’emergenza sanitaria ha segnato e continua a segnare ciascuno, le nostre comunità, i nostri Paesi, la nostra Europa, il nostro mondo.

L’incertezza è insita nel domani, ma quella che stiamo sperimentando lascia sospesa la progettualità e fa risaltare la drammaticità delle disuguaglianze economiche e sociali, che mortificano la dignità delle persone e delle popolazioni.

Disparità che contengono i germi dello scontro sociale e dell’odio.

Non è sostenibile una comunità che si regge sulle disuguaglianze, tanto meno lo sono un Paese, un Continente, o addirittura le relazioni tra Nazioni.

Eppure durante la pandemia, e anche in questo tempo di ripresa, notiamo come spesso i criteri politici per far fronte alle emergenze siano offuscati dall’idea che salvarsi è possibile da soli o in pochi. Questa distorsione su cui si regge il sistema economico e finanziario mondiale, e che semina ingiustizie, assurge paradossalmente a modello di risoluzione della ripartenza. E trova il favore di una mentalità diffusa secondo cui c’è qualcuno che ha maggior merito di vivere rispetto ad altri e di farlo nell’agiatezza. Privilegi, che ci piace chiamare meriti, e che solo l’immobilismo sociale può garantire. Nell’emergenza, compensare le disuguaglianze per mezzo di sussidi è una necessità, ma se tale modalità diviene strutturale si impedisce il cambiamento dei processi di formazione della ricchezza e degli equilibri di potere.

Il criterio politico assunto da alcuni Stati di non attivare sistemi di contenimento del contagio; la ritrosia dell’Unione europea ad assumere una responsabilità collettiva al finanziamento della ripresa e l’astiosità nei rapporti della politica internazionale mostrano tutta la fatica nel comprendere i vantaggi della cooperazione nel pieno rispetto della dignità delle parti e per il raggiungimento del bene di tutti.

Auspichiamo che l’amicizia politica e la concordia internazionale possano essere invece i beni supremi in cui le nazioni credono e sono pronte a impegnarsi. Abbiamo bisogno di una leadership globale che possa ricostruire legami di unità evitando ogni forma di egoismo.

Ci indigna constatare che in questo tempo, in cui i poveri, i malati, gli emarginati, i morti a causa della pandemia neppure si riescono a contare, i governi stiano destinando somme senza precedenti alle spese militari.

La produzione e vendita di armi, gli investimenti nei programmi di modernizzazione nucleare non sono una promessa di pace, bensì una garanzia di guerra. La comunità internazionale non può negare l’evidenza che la pace non si riduce a una questione di sicurezza nazionale.

La pace ha un’imprescindibile dimensione positiva che va coltivata nel dialogo rispettoso della dignità di ciascuno, nell’unità per il bene comune, nella giustizia senza sconti.

Nel nostro Paese patiamo le funeste conseguenze del lavoro precario e irregolare, la mancanza di margini di risparmio per reggere anche poco tempo senza entrate, le forti disuguaglianze territoriali, dalla copertura digitale, all’istruzione, alle cure sanitarie, alla mobilità.

Le disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi fondamentali, e ancor prima nel diritto alla vita stessa; la mortificazione della dignità e dell’autonomia del lavoro soprattutto per le donne e per i giovani; la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi – e sempre meno – soggetti; il mancato riconoscimento e rispetto di chi non esercita potere (in Italia come in Europa e ancor più su scala mondiale) sono fonte di una dinamica autoritaria, che si esprime in rabbia e risentimento, in sfiducia delle istituzioni e nella domanda di autorità repressive. Non è con la mentalità dei privilegi, bensì dell’equità; non è con la modalità della prevaricazione, bensì della collaborazione che l’Europa potrà progredire ed essere fucina di innovazione sociale e artefice di pace nelle relazioni internazionali.

Noi cristiani per primi abbiamo il compito di lavorare alla rimozione delle disuguaglianze e insieme alla diffusione di una mentalità fraterna.

Non possiamo restare indifferenti di fronte a progettualità economiche e sociali che ci portano all’accettazione e alla giustificazione della disuguaglianza e dell’indegnità. È nostro compito, di ciascuno e di tutti, affermare l’opzione preferenziale degli ultimi, anche nelle scelte di ogni giorno, affinché lo sviluppo sia reale e sostenibile per tutti e attuato attraverso la cooperazione e il lavoro di tutti nel rispetto e nella valorizzazione delle potenzialità di ogni soggetto, comunità, territorio, istituzione.

Come Chiesa di Padova desideriamo rafforzare il nostro impegno al riscatto sociale, mettendoci a fianco dei poveri perché divengano attori sociali; presidiamo le marginalità affinché esprimano le risorse di resilienza; sosteniamo l’attivismo civico quale co-attore del welfare sociale.

Preghiamo san Benedetto, patrono d’Europa, affinché ci custodisca con la sua protezione e ci ispiri audacia e creatività nel progettare un futuro di pace.

+ Claudio Cipolla,

vescovo di Padova

 

in comunione con

Giulio Pagnoni osb, abate di Santa Giustina

Stefano Visintin osb, abate di Praglia

 

San Benedetto, 11 luglio 2020

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Adios Ecuador. I missionari fidei donum padovani lasceranno l’Ecuador

L’annuncio. Il vescovo Claudio ha comunicato che la collaborazione con le Chiese del Paese latinoamericano si concluderà nella primavera del 2021. Si chiudono così 63 anni di fede e di vita condivisa che chiedono di guardare con coraggio al futuro. Poveri, comunità, fraternità sono tre parole chiave della presenza padovana, dall’Amazzonia alle Ande fino all’oceano.

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Ospedaletto Euganeo. PatroDays 2020: giochi, sport, musica per ragazzi dagli 11 al 16 anni

Fino al 7 agosto sono in programma a Ospedaletto Euganeo i “PatroDays 2020”. «Una proposta alternativa – scrivono gli organizzatori nel materiale di lancio – ma nel rispetto di tutte le normative igienico sanitarie previste dal decreto nazionale, regionale e secondo le linee guida della Diocesi di Padova». Totale sicurezza, quindi.

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Salcedo. Sant’Anna, devozione immutata. Nonostante le restrizioni causate dal Covid 19, a Salcedo si festeggia domenica 26 luglio

Anche quest’anno Salcedo, e il territorio circostante, attendono la festa di Sant’Anna, 26 luglio. La consueta novena preparatoria e le celebrazioni liturgiche scandiranno i giorni precedenti e la ricorrenza stessa.

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Nel raccoglimento: sarà così il 16 luglio delle Carmelitane scalze di Monselice

Quest’anno la comunità delle Carmelitane Scalze di Monselice vivrà la festa della Madonna del Carmine in privato.

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16 luglio. Madonna del Carmine a Padova, niente processione ma…

Nonostante le restrizioni, la città di Padova non rinuncia a celebrare, giovedì 16 luglio, la Beata Vergine del Monte Carmelo nel suo santuario mariano per eccellenza.

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I Minori lasciano Padova. Dopo oltre sei secoli, a settembre i francescani lasceranno San Francesco Grande

A settembre la comunità dei frati minori dovrà abbandonare la parrocchia di San Francesco in Padova, come ha deciso la provincia del Nord Italia dell’Ordine. Si chiude così una presenza iniziata sei secoli fa e interrotta soltanto, per circa un secolo, dai decreti napoleonici.

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