Nomine 2021/07

  • Don Marco Galetti, parroco in solido dell’unità pastorale all’Arcella in Padova, è stato nominato anche assistente delle ACLI provinciali.
  • Don Saverio Turato, amministratore parrocchiale di Arzergrande dopo la morte di don Vittorio Stecca, è stato nominato parroco della stessa comunità.
  • Don Ivano Salmaso, finora collaboratore per le parrocchie del vicariato di Monselice, è stato nominato amministratore parrocchiale di Monselice.
  • Don Gilberto Ferrara, finora parroco moderatore dell’unità pastorale dell’Arcella, è stato nominato parroco di Limena.
  • Don Marco Galante, finora amministratore parrocchiale di San Giacomo di Monselice, Ca’ Oddo, Marendole e Schiavonia, è stato nominato parroco di San Giovanni Bosco in Padova. Della stessa parrocchia è stato nominato vicario parrocchiale don Mattia Callegaro.

Festival biblico. Fratelli e sorelle: ne siamo ancora capaci? Dal 25 al 27 giugno a Padova

Festival biblico. Dopo un “assaggio” in provincia, nel primo weekend di giugno, ora sbarca a Padova dal 25 al 27 giugno (con un anticipo il 24). La 17a edizione, nona per la nostra Diocesi, ha come tema “Siete tutti fratelli”.

Leggi il servizio de La Difesa del popolo

 

“Morire di speranza”

Pregare e dare un nome a chi è morto nel tentativo di raggiungere l’Europa con viaggi disperati, lungo le rotte marine e terrestri. Da più di dieci anni, a partire da Roma e in tante altre città d’Italia, a metà del mese di giugno si fa una veglia di preghiera col titolo significativo “Morire di speranza”. A Padova martedì 22 giugno, per non diventare indifferenti di fronte a tragedie che toccano la nostra umanità e per dare dignità a persone che altrimenti decadono a numeri nella conta delle perdite umane.

 

Rifugiati, Europa, Libia

La Giornata Mondiale del Rifugiato (20 giugno) è l’appuntamento annuale per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione di circa 80 milioni di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati nel mondo che, costretti a fuggire da guerre e persecuzioni, lasciano i propri affetti, la propria casa e tutto ciò che un tempo era la loro vita, per cercare salvezza altrove.

È la Convenzione di Ginevra del 1951 a darne una definizione, a tracciare le forme di protezione legale, assistenza e diritti sociali, che il rifugiato dovrebbe ricevere dagli Stati aderenti alla Convenzione. All’articolo 1 si legge che il rifugiato è colui che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”. Uno dei principi essenziali della Convenzione di Ginevra è il principio di non respingimento (“non refoulement”): chi chiede protezione non può essere in nessun caso respinto verso luoghi dove la sua libertà e la sua vita sarebbero minacciati.

La Costituzione italiana, all’articolo 10, così si esprime sul diritto di asilo: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

L’Europa

Nell’Unione Europea sono attualmente accolti 3,6 milioni di rifugiati, di cui 1 milione in Germania e mezzo milione in Francia. Sono invece i Paesi in via di sviluppo ad avere l’85% dei rifugiati: la Turchia è il Paese che ne ospita il maggior numero (3,6 milioni), seguita da Colombia (1,8 milioni), Pakistan (1,4 milioni), Uganda (1,4 milioni).

L’incidenza sulla popolazione europea è dello 0,7%; in Italia è ancor più bassa, lo 0,4%. Bastano queste cifre per capire che gli Stati europei sono più impegnati a limitare gli ingressi che a proteggere le persone costrette a fuggire o ad agire sulle cause che le obbligano alla fuga. L’Europa è più interessata a rafforzare le politiche delle porte chiuse, più che a mostrare segni di impegno con la ridistribuzione dei migranti e la revisione del “sistema Dublino”, due snodi importanti per la gestione del fenomeno, ma che ancora rimangono lettera morta. Nonostante il “Nuovo patto su asilo e migrazioni”, presentato nel settembre dello scorso anno, che raccomanda una gestione più umana, solidale e coerente con il diritti umani nei confronti dei richiedenti asilo e dei migranti, continuano le stragi nel Mediterraneo, diventato il cimitero più grande d’Europa.

Eppure, per evitare i viaggi della morte lungo la rotta mediterranea e balcanica, già nel 2015 sono stati indicati i “corridoi umanitari” nei paesi di transito, vale a dire la concessione di visti umanitari per raggiungere regolarmente e in sicurezza l’Europa.

La Libia

Rimane il nodo della Libia, il principale paese di transito per i migranti dell’Africa subsahariana, che vi arrivano per superare il tratto di mare che li divide dall’Europa.

La Libia non è né un porto sicuro, né un paese sicuro, non avendo sottoscritto la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, né tantomeno la Dichiarazione di Ginevra sui rifugiati. Eppure alla Libia l’Europa si riferisce per contenere i flussi migratori, e l’Italia si è presa l’onere di firmare con la Libia un trattato di amicizia che comprende finanziamenti e fornitura di mezzi per limitare le partenze via mare. Solo che così facendo si chiudono gli occhi sui respingimenti verso il deserto, dove la morte è sicura, e sulle reclusioni nelle carceri libiche, dove non solo i diritti umani ma anche l’umana decenza viene calpestata.

Gianromano Gnesotto

XXVII Settimana Biblica

Ci proviamo ancora? Ci sarà risposta? Dopo 26 anni di presenza ininterrotta, basterà un anno vuoto per far perdere il ritmo? Prevarranno paura e stanchezza, o il desiderio di mettersi in ascolto insieme? Non vogliamo minimizzare la situazione che stiamo vivendo: di sicuro qualcuno dei partecipanti alle scorse Settimane bibliche si è ammalato, forse qualcuno ci ha lasciati. Ma proprio per questo abbiamo deciso di riprendere; leggeremo le lettere Pastorali e agli Efesini: ci trasmettono un volto di Chiesa che è corpo, in cui tutti contribuiscono a tenere in piedi la comunità; e poi sono Parola di Dio, che infonde coraggio e indica la via. Come dice un canto di P. Sequeri: «Luce in ogni cosa io non vedo ancora, ma la tua Parola mi rischiarerà». Per questo abbiamo deciso di riprendere la Settimana biblica: non solo come sfida da accettare, ma anche come dono da ricevere.

Per facilitare la presenza ci sarà anche la possibilità di seguire online, per chi non può o non se la sente di salire sui colli. Sapendo che per tutti sono stati mesi difficili, pur avendo quest’anno più spese abbiamo deciso di non aumentare l’iscrizione. Vuoi aiutarci anche economicamente? Ci sono due soluzioni: la prima è iscriverti come “sostenitore”, versando – se puoi – qualcosa in più… La seconda è: porta un amico, un’amica; così le spese saranno ripartite e il dono condiviso!

 

Albo dei fedeli servitori. Grazie a chi rende possibile la vita della Chiesa

Nella solennità di san Prosdocimo, lo scorso anno, è stato consegnato un segno di gratitudine a 31 laiche e laici che si sono spesi con dedizione nella Chiesa. Il vescovo invita le parrocchie a individuarne altri.

Leggi il servizio de La Difesa del popolo

 

Up Guizza. Relazione e integrazione per la proposta

Sono le due parole chiave della proposta per 15-18enni promossa dall’up alla Guizza con l’associazione Trein de vie nei parchi del quartiere.

Leggi il servizio de La Difesa del popolo

 

Festa di sant’Antonio: l’omelia del vescovo Claudio

Fragilità e carità sono due parole che hanno caratterizzato maggiormente il cammino pastorale della nostra Chiesa diocesana durante questo ultimo anno contrassegnato dal Covid 19. Questo tempo di Pandemia ci ha portati ad incarnare la carità di cui ci parla il Vangelo nell’esperienza della debolezza.   

Domandando oggi l’intercessione di Sant’Antonio, vogliamo testimoniare la carità di Dio nel tempo della nostra personale e collettiva fragilità. Volentieri la condividiamo anche con i tanti pellegrini e con quanti ci seguono grazie ai mezzi di comunicazione.

Quest’anno le fragilità creaturali e umane sono state esperienza comune, di tutta l’umanità. Il Covid ha condizionato e limitato la nostra libertà, la nostra economia, la nostra organizzazione sociale. Ha messo in crisi famiglie e posti di lavoro, ha spezzato affetti e interrotto collaborazioni, sta acuendo diseguaglianze sociali, e ha mietuto vittime ovunque: oltre 100 mila morti in più qui Italia, mentre in Europa sono 1.163.000 e nel mondo le vittime finora accertate sono 3.800.000.

È accaduto in Italia come anche in Brasile (dove ci sono 5 nostri presbiteri e molti altri missionari padovani) e negli altri paesi dell’America del Sud; in India, dove sono ora due religiosi che prestano servizio presso la Chiesa dei Servi, e in tutto il continente asiatico; in Etiopia e in Kenya, dove abbiamo nostre fraterne presenze con 5 fidei donum diocesani, e in tutta l’Africa. Sono legami di fraternità consolidati e non potevamo, e non possiamo, non sentirci uniti nel momento della difficoltà. Da questi legami il nostro sguardo si apre a tutto il mondo, senza limiti di fede, di etnia, di storia: ovunque e tutti nel mondo siamo stati colpiti. Siamo stati uniti in una sola umanità. Il nostro è un mondo fragile.

Si sono aperti i nostri occhi e abbiamo potuto riflettere sull’ambiente, sulla casa comune (La “Laudato sii” ha anticipato alcune importanti sensibilità); Papa Francesco inoltre ha spronato il mondo intero alla fraternità universale con l’enciclica “Fratelli Tutti” parlando di imprescindibili relazioni di fraternità tra persone, tra famiglie, tra Paesi; fraternità tra credenti di tutte le religioni per il bene dell’uomo, di ogni uomo e donna, e del Creato. Su queste piste è bella la vicinanza di molti giovani.

Anche nelle parrocchie, spazi privilegiati di prossimità indifferenziata e gratuita, si è parlato questo linguaggio. Esse sono state il segno concreto, visibile della vicinanza del Signore Gesù e della consolazione del Vangelo offerta a tutti. Noi cristiani siamo stati invitati ad essere immagini del suo sostegno rivolgendo la nostra attenzione alle fragilità della porta accanto, educandoci ad uno stile di “buon vicinato”. Chiunque partecipa dell’Eucaristia domenicale è un missionario, mandato dal Signore e dalla Chiesa ad ascoltare le sofferenze, le angosce, le preoccupazioni e i drammi che attraversano la vita.

Anche noi – anch’io – infatti abbiamo avuto preoccupazioni e paura, soprattutto per le persone a cui vogliamo bene, e ci siamo impegnati ad adottare tutte le precauzioni suggerite dal buon senso e dalle leggi per non essere causa di contagio. Da questa esperienza però abbiamo maturato sensibilità e sintonia per le lacrime e le ferite di ogni persona.

Anziani, ammalati, disoccupati, migranti, giovani, adolescenti hanno rappresentato la fragilità di tutta la comunità umana.

Con la preghiera di tutte le comunità cristiane da voi rappresentate, chiediamo ora che su questa povertà, su queste piaghe, sui cuori spezzati, sulle schiavitù, sulle prigionie scenda – per l’intercessione di sant’Antonio – la misericordia del Signore e si manifesti la potenza della sua carità.

Proprio in forza della nostra fragilità, ci rivolgiamo al Signore Gesù perché lui intervenga e agisca: la sua carità è più grande di ogni nostra sofferenza e paura.

È nella fragilità che il nostro cuore, nel suo profondo, si apre alla verità, rappacificandoci con la nostra dimensione creaturale e ponendoci nei confronti del Creatore con umile atteggiamento di fiducia e di preghiera. Come creature lodiamo il Creatore dal quale ancora una volta accettiamo di avere in consegna la terra e le sue creature, perché con il dono e la responsabilità dell’intelligenza e della libertà siano custodite. E così possiamo cantare con san Francesco e sant’Antonio: “Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature”. A questa relazione ci affidiamo contenti, e non umiliati, di fare appello a chi è più grande di noi.

Anche il nostro pellegrinaggio, le preghiere che oggi innalziamo, le speranze che alimentiamo sono passi, voce e sentimenti di tutta una Chiesa che, a nome dei suoi fratelli e delle sue sorelle in umanità, invoca la potenza del Signore ed invita a guardare a lui, a guardare in alto perché al Signore appartengono i cieli e la terra, perché sua è la potenza e la gloria nei secoli. 

La nostra presenza è quindi testimonianza di fede, annuncio della potenza del Signore Gesù, il Risorto, anche sul male, su ogni male: questa fede è la beatitudine dei poveri e la consolazione di quanti disperano.

Gesù con la potenza stessa di Dio, con il dito di Dio dice una preghiera, passa e guarisce tutti: storpi, ciechi, lebbrosi, paralitici, indemoniati… perfino i morti vengono risuscitati da Gesù, come ha fatto ad esempio per Lazzaro o per il figlio della vedova di Naim.

Una grande potenza usciva da lui e tutti restavano meravigliati. È la potenza dell’amore, è il potere della carità di Dio. Con questa forza divina, spirituale, quella dell’amore di Gesù, affrontiamo la Pandemia e affrontiamo le sue devastanti conseguenze sociali, evangelizziamo la storia e la creazione con le loro fragilità.

In nome della potenza e della vittoria di Gesù, noi cristiani, ci presenteremo volontariamente e gratuitamente per ricostruire le distruzioni sociali e spirituali del Covid 19. Saremo in prima fila, come Gesù, per proseguire la sua opera di carità, per dare speranza, per attivare coraggio. E anche per liberare da visioni miopi che guardano soltanto al proprio interesse privato, familiare, sociale, politico; per superare il fascino dell’egoismo orientato al proprio divertimento e alla propria prosperità; per guarire dalla tentazione di sfruttare la terra e l’ambiente o di trascurare e dimenticare i poveri. Non c’è guarigione se la potenza dell’amore del Signore non ci raggiunge e se la sua carità non diventa anima del nostro operare. 

I 72 discepoli che Gesù manda sono invitati a proseguire la sua opera. Così ha fatto Sant’Antonio, così hanno fatto tanti cristiani nei secoli, così siamo chiamati a fare noi: diffondere con l’aiuto di Gesù il potere della carità nel tempo della fragilità degli uomini. Tra tutti, abbiamo la gioia di incontrare oggi, a pregare con noi, il cardinale Ernest Simoni, testimone della forza e della potenza di Gesù.

Albanese, nato nel 1928, fu considerato un “nemico del popolo” ai tempi della dittatura comunista. Arrestato nella notte di Natale del 1963, mentre celebrava la messa; condannato a morte, la sua pena è stata commutata in lavori forzati nelle gallerie buie delle miniere di Spac e poi nelle fogne di Scutari. Anche in questa drammatica situazione non ha perso la fede e non ha mai interrotto il suo ministero sacerdotale. È stato liberato il 5 settembre 1990. Appena fuori dal carcere, ha confermato il perdono ai suoi aguzzini, invocando per loro la misericordia del Padre. È un testimone vivente della potenza della carità del Signore. 

Il Signore custodisca anche noi nella sua carità e la potenza del suo amore, per intercessione di sant’Antonio, ci permetta di vivere i nostri tempi di fragilità come tempo di missione.

+ Claudio Cipolla, vescovo di Padova

Aggiornamento dalla Thailandia

L’esperienza missionaria di alcuni fidei donum in Thailandia, nella diocesi di Chiang Mai, sta aiutando le nostre diocesi a sentire importante per la vita e la crescita della comunità cristiana, il cammino ecumenico e interreligioso, soprattutto con il mondo buddista. Trascorsi più di 20 anni di presenza nella parrocchia di Chae Hom, è giunto il tempo, come già concordato, di consegnare la parrocchia alla diocesi, per aprirci a nuove esperienze e attività. Questa scelta è sentita da tutti i Centri Missionari diocesani come una opportunità e un’occasione per rivalutare e rilanciare la missione in Thailandia e in Asia e anche per ripensare l’animazione missionaria nelle nostre diocesi del Triveneto. In questi anni si sono rivelati molto utili e preziosi gli scambi e le visita di sacerdoti, giovani e altre persone alle missioni in Thailandia.

A seguito di un’ampia e approfondita discussione, sentiti i CMD e i fidei donum in Thailandia, i vescovi del Triveneto hanno deliberato di riconsegnare la parrocchia di Chae Hom alla diocesi di Chiang Mai, (attorno alla pasqua del 2022). Il periodo di servizio dei fidei donum viene indicato in circa 15 anni al massimo, per garantire un effettivo scambio fra chiese.

La CET (Conferenza Episcopale Triveneto) si impegna per la costruzione di una casa canonica nel terreno della chiesa di S. Agostino (Panthum), che sarà la nuova sede parrocchiale di Chaehom (nel video ecco il vescovo locale con i nostri FD che fanno un sopralluogo).

Don Bruno Rossi – che ha chiesto ed ottenuto dal vescovo Claudio di restare in Thailandia oltre il termine dei 15 anni – ad aprile 2022 sarà affidato alla sola della diocesi di Padova, al di fuori quindi, della missione del Triveneto. Continuerà a seguire la Fondazione Laudato Si’, rimanendo a Chaehom, sotto la guida e le indicazioni del vescovo locale. 

I FD del progetto triveneto rimarranno in 3, in attesa dell’invio di un quarto presbitero, già individuato dalla diocesi di Concordia-Pordenone: don Gabriele Cercato. La presenza, auspicata da anni, di alcuni laici potrebbe essere utile per attività legate alla pastorale sociale, in base alle loro specifiche qualità umane e professionali.