Crocifisso. La croce al centro della festa parrocchiale

E’ stata aperta domenica scorsa, con i festeggiamenti degli anniversari di ordinazione sacerdotale, la festa dell’esaltazione della croce nella parrocchia del Crocifisso. Il culmine della festa patronale, contrassegnata da un carattere prettamente religioso, è in programma per domenica 15 settembre, con il ringraziamento per gli anniversari di matrimonio.

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Corso base: Si può fare

Quattro serate in cui si lavora sui contenuti fondamentali per comprendere il nuovo cammino diocesano di ICFR. Questo il percorso:

1° laboratorio: Essere prima del fare

2° laboratorio: Conoscere la struttura e la logica del cammino di IC

3° laboratorio: Saper lavorare in equipe

4° laboratorio: Costruire un incontro

 

ABANO TERME (Duomo S. Lorenzo) Centro parrocchiale

1 – 3 – 8 – 10 ottobre 2019

MORTISE Centro parrocchiale

15 – 17 – 22 – 24 ottobre 2019

CARTURA Centro parrocchiale

15 – 17 – 22 – 24 ottobre 2019

 

Il corso può essere replicato su richiesta di un vicariato con un minimo di 20 iscritti.

 

Ogni incontro ha il seguente orario: 20.30 – 22.30.

Quota di partecipazione: € 20

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Conferenza per genitori con Alberto Pellai

Una conferenza con il noto autore su alcuni temi legati all’educazione di adolescenti e preadolescenti, sulla genitorialità in questo tempo particolare, sulla relazione tra la famiglia e le altre agenzie educative.

RUBANO – SEMINARIO MINORE Palestra

Sabato 28 settembre 2019 dalle ore 9.30 alle 11.30 – Ingresso libero

 

In collaborazione con l’Ufficio per la Pastorale delle vocazioni e il Seminario Minore

 

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Dalla disputa al complotto

Liberato dalle catene, Paolo è stato condotto davanti al sinedrio, il Gran Consiglio degli ebrei, ed ha preso senza timore la parola per difendersi. A viso aperto ha iniziato il suo discorso, lasciando subito intendere la benevolenza che porta in cuore. Egli si trova, per imperscrutabile permissione di Dio, a dover venire a un confronto con coloro che chiama “fratelli”; è, infatti, convinto di avere, anche come cristiano, qualcosa in comune con i figli del suo popolo, in particolare con il gruppo dei farisei, al quale aveva appartenuto. E crede fermamente che lo Spirito di luce e di verità lo guidi nel toccare l’argomento più opportuno per un discorso costruttivo […]. Si presenta come fariseo figlio di farisei, e dichiara di essere chiamato in giudizio “a motivo della speranza nella risurrezione dei morti”, due attestazioni con le quali intende facilitare un dialogo positivo con i giudei, anche se dopo l’incontro col Cristo le sue convinzioni hanno subito un cambiamento sostanziale. Ma, come ad Atene, il suo tentativo di pianificare la comprensione fallisce, perché appena nominata la risurrezione dei morti, in aula scoppia una disputa tra i farisei ed i sadducei presenti, che, come sappiamo anche dal Vangelo, discordavano sulla realtà della vita ultraterrena. […]

“Ne nacque un gran clamore – dice il testo – finché alcuni scribi del partito dei farisei, alzatisi in piedi, protestavano”. L’attenzione si sposta così sulla dottrina della risurrezione e degli angeli, tema rovente fra i due partiti, che tiene divisa l’assemblea, facendo quasi dimenticare di essere convocati per giudicare l’apostolo. Per cui alcuni giungono a dire: “Non troviamo nulla di male in quest’uomo”, parole che sembrano ripetere il parere di Pilavo davanti a Gesù. E quasi a giustificarsi aggiungono: “E se uno spirito o un angelo gli avesse parlato davvero?”. […]

La situazione non è per nulla risolta, e non lascia prevedere sviluppi migliori, ma il Signore è più che mai con il suo apostolo, testimone fedele de messaggio evangelico, e Luca, che ha seguito da vicino le vicende di Paolo, può attestarci che “la notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma”.

Questa dichiarazione, inserita fra due episodi drammatici per l’apostolo – comparsa davanti al sinedrio con conseguente dissidio in assemblea, e complotto dei giudei per sopprimerlo – brilla come luce fra le tenebre. […]

Il Signore gli viene accanto con la tenerezza di chi lo ama in modo ineffabile e gli assicura che realizzerà il suo grande desiderio di arrivare a Roma, per annunciare anche nella capitale dell’impero il mistero della salvezza nel nome di Cristo Gesù.

Testo tratto dal bollettino “Beata Pacis Visio” (agosto 2019)

dell’Abbazia S. Maria di Rosano (Rignano sull’Arno – FI)

 

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Il saluto e l’augurio del vescovo Claudio Cipolla per l’avvio del nuovo anno scolastico

Saluto del Vescovo Claudio per l’inizio del nuovo Anno Scolastico

 

Pronti a partire!

Quando penso all’inizio di un nuovo anno scolastico, mi viene in mente l’immagine di un lungo treno in partenza: il treno è la Scuola e ciascuno – dirigenti, docenti, studenti, personale ausiliario e genitori – ha il proprio posto. A tutti vorrei augurare di salire volentieri su questo treno!

Ai dirigenti, specialmente a quelli di prima nomina: perché sappiano essere dei bravi “capo-treno”, capaci di curare la regia organizzativa, ma soprattutto disponibili a lavorare per il ben-essere di chi è a bordo, premessa indispensabile per il ben-fare.

Ai docenti: come esperti macchinisti, non abdichino mai al compito arduo ma entusiasmante di indicare una direzione di senso ai loro studenti, aiutandoli ad appassionarsi nello studio come nella vita.

Ai cari studenti, dai più piccoli ai più grandi: possiate sentire la scuola come un luogo “vostro”, mezzo indispensabile per raggiungere tappe intermedie della vita e la meta ambiziosa del formarvi come “persone”, capaci di accorgervi del vostro vicino e anche di chi è più lontano, attenti a rendere piacevole il viaggio dell’altro, utilizzando bene spazi e talenti, sapendo con rispetto occupare il vostro posto, senza prevaricare, curiosi di guardare l’ambiente che vi circonda e di ascoltare, non solo attraverso gli smartphone o i tablet, ma soprattutto attraverso gli occhi, gli occhi della mente, gli occhi del cuore. Il viaggio è anche fatica, richiede pazienza e puntualità: talvolta ci sono delle fermate inattese o dei ritardi da recuperare; così anche nella scuola è importante saper accettare le piccole sconfitte e le grandi fatiche, senza perdersi d’animo e tanto meno pensare che sarebbe stato meglio non intraprendere questo viaggio.

Ai genitori: siete voi che fate salire, con fiducia, i vostri figli sul treno della scuola. Continuate ad accompagnarli nel viaggio della vita, sapendo che hanno bisogno di voi perché in voi riconoscono figure insostituibili a cui possono sempre rivolgersi per decidere il percorso, di stazione in stazione.

E, infine, al personale amministrativo e ausiliario: a voi associo tutti quegli operatori senza i quali il treno (e le stazioni) sarebbero invivibili, in preda alla disorganizzazione e all’incuria; abbiate consapevolezza del vostro ruolo “educativo”, non meno importante di quello dei docenti.

Mi piace proprio l’immagine del treno in movimento: mi ricorda quella della carovana del popolo d’Israele in viaggio dalla schiavitù d’Egitto alla Terra promessa, la terra della libertà, condotto dalla mano sapiente di Dio. A tutti questo viaggio sul “treno della scuola” permetta di raggiungere la terra promessa dei vostri sogni e dei vostri progetti di bene.

Come Vescovo, insieme a tutta la nostra Chiesa di Padova, vi accompagno con simpatia, augurandovi «buon viaggio»! Il Signore vi benedica!

Padova, 11 settembre 2019

Primo giorno dell’Anno scolastico 2019-20

 

 + Claudio Cipolla

Vescovo di Padova

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Festa e riconoscimento per le suore elisabettine che hanno prestato servizio alle Cucine economiche

Grande festa ieri, domenica 8 settembre, a Casa Maran di Taggì di Sotto (Villafranca Padovana – Pd), dove attualmente risiede anche suor Lia Gianesello (dopo l’infortunio accadutole due anni fa), per far festa e ringraziare le tante suore che nel tempo hanno prestato servizio alle Cucine economiche popolari (CEP) di Padova, don Giuseppe Maniero che dopo tanti anni di presenza lascia le Cucine e la nuova comunità di suore che da ottobre abiterà le “Cucine”.

Attualmente sono 18 le francescane elisabettine viventi, che hanno prestato servizio alle Cucine economiche di Padova, che si sono ritrovate a Casa Maran insieme alla madre generale suor Maria Fadin, alla provinciale suor Paola Rebellato, alla comunità elisabettina che dal 4 ottobre prossimo, festa di san Francesco, tornerà a vivere, dopo alcuni lavori di ristrutturazione, sopra alle CEP di via Tommaseo a Padova (suor Albina, la direttrice e suor Federica, suor Silvia e suor Giannarina) e a tantissimi amici, familiari, sacerdoti, ex obiettori, operatori e volontari e benefattori delle Cucine. Tutti insieme per fare festa e ringraziare di tanti anni di prezioso servizio agli ultimi e ai più fragili.

Un pomeriggio di incontro, preghiera e ringraziamento che ha visto la celebrazione della santa messa, presieduta dal vescovo mons. Claudio Cipolla, e concelebrata da numerosi sacerdoti, tra cui don Rino Pittarello (già delegato delle Cucine), don Giuseppe Maniero, i vicari episcopali don Marco Cagol e don Gabriele Pipinato, il presidente della Fondazione Nervo Pasini e direttore di Caritas Padova don Luca Facco, il presidente Associazione universale Sant’Antonio don Livio Tonello e altri sacerdoti.

Un momento intenso per rendere grazie al Signore di tanto servizio e di tanta generosità, che ha visto anche un omaggio a tutte le diciotto suore.

Dopo la messa ci sono stati alcuni interventi di ringraziamento e saluto. Il vescovo Claudio ha sottolineato il valore per la Chiesa e per la città di Padova delle Cucine economiche popolari: «con l’aiuto delle suore elisabettine, di tanti uomini e donne di buona volontà è stato possibile creare questa realtà e accompagnarla per oltre un secolo: le Cucine sono un segno della grandezza di una città e della Chiesa di Padova. Un servizio come questo non si può mettere in discussione, per il bene che ha fatto, per quello che sta facendo, ma va sempre migliorato e ampliato e anche per questo è stata creata la Fondazione Nervo Pasini che è un importante tassello in un progetto articolato che abbiamo chiamato Cantieri di carità e giustizia».

Al pomeriggio di festa, contrassegnato da un clima di grandissima familiarità e amicizia, ha partecipato anche il sindaco di Padova Sergio Giordani che ha consegnato a suor Lia Gianesello, il sigillo della Città di Padova, come segno di riconoscenza per il prezioso servizio reso alla città in oltre 30 anni di presenza alle Cucine economiche popolari.

Il sindaco Giordani ha ringraziato quanti nel tempo hanno sostenuto questa realtà e quanti vi hanno operato a vario titolo: «Padova da sempre è una città dove solidarietà ed accoglienza sono valori radicati e condivisi. Non è un caso che la nostra città, ma sarebbe meglio dire il nostro volontariato, del quale le Cucine Popolari sono certamente una stella polare, abbia ottenuto il riconoscimento di Capitale Europea del Volontariato 2020». E un grazie speciale ha voluto rivolgere «alle persone che in silenzio, senza clamori, lontani dai riflettori dei media e dalle luci dei salotti televisivi ogni giorno sono state e sono ancora in prima linea per aiutare gli altri».

La madre generale, suor Maria Fardin, ha ricordato l’impegno e il carisma proprio delle elisabettine: «è nostro compito e onore servire i poveri. Per noi Elisabettine dire “Cucine” è dire luogo di relazione e di servizio; facciamo esperienza giorno dopo giorno che i poveri sono i nostri maestri e noi vogliamo davvero fare strada ai poveri, sono loro al centro del nostro interesse e diciamo grazie a quanti ci aiutano a renderlo possibile».

Profondamente commossa suor Lia Gianesello, che ha ripercorso alcuni tratti della sua lunga esperienza alle CEP: «desidero di dire grazie, alle Cucine ho imparato a pregare con un popolo, quello degli ultimi, dei diseredati e ho imparato a pregare e a servire con amore, perché i poveri mi hanno insegnato a donare, a capire cos’è la dignità umana».  

La giornata si è conclusa con uno spettacolo-narrazione dedicato alla storia delle Cucine economiche popolari curato da Serena Fiorio.

 

fonte: ufficio stampa della diocesi di Padova

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Beati i poveri… L’annuncio di speranza per i marginali

Il convegno annuale del mondo della scuola, dedicato in questa edizione al tema “Le marginalità al centro. Tra sfide e opportunità”, e organizzato dall’Ufficio di Pastorale dell’Educazione e della Scuola in stretta collaborazione con Fism Padova, ha visto un’amplissima partecipazione di pubblico di insegnanti. In 900 si sono ritrovati all’Opera della Provvidenza Sant’Antonio per una giornata, sabato 7 settembre, in cui si è cercato di mappare e fotografare dal punto di vista sociologico e pedagogico (grazie agli interventi di Giulio Cederna di Save The Children e del pedagogista Diego Di Masi), l’universo della povertà educativa per affrontare poi alcune tematiche specifiche: l’autrice e sceneggiatrice Carlotta Ercolino è entrata nelle dinamiche che sottendono il mondo della televisione, delle fiction con i conseguenti risvolti sulle giovani generazioni. Ha completato la giornata una carrellata di interventi che hanno portato evidenze di concreta e possibile emancipazione da situazioni di disagio. Sotto il cappello “metamorfosi delle povertà” sono state presentate le esperienze del Mercato Sonato di Bologna con Clizia CavallottiGiovanni Pedrazzoli; della Comunità di Sant’Egidio con Evelina Martelli; dei Doposcuola parrocchiali seguiti dai volontari di Caritas a Padova con Daniele Salmaso; dell’associazione Artur (Adulti responsabili per un territorio unito contro il rischio) con Maria Luisa Iavarone. La giornata si è conclusa con gli interventi di Simona Rotondi (Con i bambini – Impresa sociale onlus) per fare il punto sull’importanza di investire in progetti educativi e di Cinzia Canali della Fondazione Emanuela Zancan onlus per aprire gli orizzonti di intervento.

La mattinata, dopo i saluti introduttivi, è stata aperta dall’intervento del vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, sul tema Beati i poveri… l’annuncio di speranza per i marginali, che ha collocato l’intera giornata dal punto di vista biblico e dell’impegno del cristiano chiamato a essere seme e presenza concreta e coerente nella storia.

Di seguito l’intervento integrale del vescovo Claudio.

Beati i poveri… l’annuncio di speranza per i marginali

INTRODUZIONE

Ringrazio per aver scelto questo tema per il Convegno che apre il nuovo Anno scolastico: scelta non scontata e anche rischiosa, come è stato detto nel saluto introduttivo; scelta opportuna per il clima culturale e sociale che stiamo vivendo in quanto i cristiani stessi, nonostante la profetica e bella testimonianza di Papa Francesco, vivono momenti di confusione e incertezza nel loro rapporto con i marginali e gli emarginati. Ed esprimo vivo compiacimento per le collaborazioni che si sono attivate attorno a questo tema, indice di un’attenzione comune e dell’impegno condiviso nel creare sempre nuove alleanze educative.

Certo, mi rendo conto che a questa mia introduzione, il cui titolo prende spunto dalla parola dirompente del Vangelo contenuta nella prima delle beatitudini, è chiesto molto, forse troppo! Ma sono contento che sia stato chiesto a me, come Vescovo, di provare a comprendere e a dire perché la nostra società e la scuola in primis non possano non riportare al centro chi è ai margini, chi vive situazioni di povertà esistenziale, materiale, culturale. La domanda che sento rivolta a me stamattina è: di fronte alla condizione del povero, a quali risposte il Vangelo di Gesù ci provoca? Quali sono le strade dei cristiani e della Chiesa se vogliono essere testimoni del Vangelo?

  1. Non posso che partire dalla sua Parola, lasciandomi anzitutto stupire dal fatto che Dio abbia scelto per sé la condizione di povero: «da ricco che era si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà» (cfr. 2Cor 8,9). Il Dio cristiano ha scelto di uscire dal suo centro, la divinità, per abitare la marginalità della creatura, l’umanità, e così riportarla al centro della storia che Dio vuole costruire con l’uomo: “Gesù Cristo pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6-7). Per realizzare questo progetto, Dio ha scelto un popolo marginale in un pianeta marginale dell’universo e ha scelto personaggi marginali per renderli fautori di riscatto e di libertà: pensiamo ad Abramo, il vecchio, a Mosè, pastore e fuggiasco, a Davide il più piccolo della famiglia, a Tamar, la prostituta, a Rut, la straniera, fino ad arrivare a se stesso nell’incarnazione dentro una famiglia marginale, in una terra marginale. Dio sceglie di abitare la marginalità: “Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono” (1 Cor 1, 27-28). Questa sua scelta diventa piano di salvezza, metodo per ricentrare tutto: è la proposta di una pedagogia!

Ecco da dove scaturisce l’ardita esclamazione di Gesù “Beati i poveri”, che fa da portale alla paradossale architettura delle beatitudini. Non credo sia questa la sede per tentare un approfondimento esegetico: del resto penso che ai più sia noto il duplice testo delle beatitudini nella versione di Matteo e in quella di Luca. Entrambi gli evangelisti inseriscono le beatitudini in una cornice più ampia e solenne di un discorso, rivolto ai discepoli, che ha valore fondativo per il nuovo Israele: un programma di vita e di missione per Gesù e per i suoi; i Padri della Chiesa fino agli esegeti contemporanei hanno scavato in profondità dentro a queste parole di Gesù, che suonano quasi come un ossimoro: «beati – poveri». Mi sembra che questa sia l’ispirazione di fondo del magistero di Papa Francesco e che da questa convinzione di fondo scaturiscano non solo le sue parole ma anche e soprattutto i suoi gesti, i suoi viaggi, la scelta dei vescovi e dei cardinali, cioè tutta la sua attività pastorale.

 

  1. Ma chi sono i poveri nella Bibbia? Con questo termine nell’A.T. vengono indicati tutti coloro che sono sotto la diretta tutela divina, lo straniero, l’orfano, la vedova, l’affamato, il senzatetto. Sarebbero innumerevoli le citazioni dai Salmi e dai Profeti. Possiamo sinteticamente affermare che i poveri dell’A.T. non sono semplicemente poveri, ma sono i “poveri di Dio”. Nella beatitudine sia in Luca sia in Matteo il termine greco usato è ptocoi, da cui il nostro “pitocchi”: sono coloro che si trovano in una condizione tale di indigenza da essere messi ai margini, impossibilitati da soli a rialzarsi e liberarsi e pertanto non possono che attendere l’aiuto di un altro e questo altro è Dio stesso e chi è chiamato a proseguirne e testimoniarne l’azione di salvezza, quel Dio che in Gesù promette ai pitocchi non solo la liberazione ma il Regno, cioè di essere al centro della sua attenzione. Da qui discende quella che dal Vaticano II in poi abbiamo chiamato la “scelta preferenziale dei poveri”.
  1. Per comprendere questa espressione, ricorro ad un profeta di casa nostra Don Giovanni Nervo che così scriveva:

«Per “poveri” qui intendiamo tutte le persone, le famiglie, i gruppi che hanno difficoltà a vedere riconosciuti i loro diritti fondamentali e sono esclusi, lasciati o messi ai margini della società dei consumi, del benessere, della partecipazione sociale, o in rischio di esserlo. La scelta preferenziale dei poveri è un’esigenza squisitamente evangelica: è la strada che ci ha insegnato il Signore Gesù con le sue scelte personali, con l’insegnamento, con l’esempio».

E con la sua straordinaria abilità a mettere insieme Vangelo e Costituzione continuava:

«La scelta preferenziale dei poveri non vale solo per chi vuole essere fedele al vangelo, ma è essenziale anche per chi vuole essere fedele alla Costituzione che, in termini laici, così si esprime: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art.2). “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […] (art. 3). Poiché i padri costituenti sapevano che non è vero, aggiunsero il secondo capoverso: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

Ecco dunque spiegato l’aggettivo preferenziale: «Perché sia rispettata la pari dignità sociale di tutti i cittadini, bisogna partire dagli ultimi, bisogna provvedere per primi a loro, bisogna dare più opportunità, più attenzioni, più risorse a chi ha meno».

E rimanda all’altro grande gigante dell’educazione Don Lorenzo Milani che sintetizza così questa esigenza: «Una suddivisione uguale di risorse fra eguali è giustizia, fra disuguali è somma ingiustizia. A chi ha di meno bisogna dare di più». Dice anche: Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.

Mons. Nervo ci mette però in guardia da un equivoco: sposare la “scelta preferenziale dei poveri” non significa che si amano alcuni di più e altri di meno, non è una questione di ampiezza del mio amore ma di bisogno dell’altro: «la mamma concentra attenzioni sul figlio malato non perché ama meno gli altri, ma perché lui ha più bisogno». Nessuno è escluso dall’amore e dall’attenzione di Dio, quindi anche della Chiesa, chiamata ad essere “famiglia di Dio”: «La logica della famiglia è l’amore e nella logica dell’amore le attenzioni maggiori vanno ai membri più deboli: il bambino piccolo, la sorella che ha un esame pesante da fare, la mamma che è ricoverata in ospedale. I più deboli hanno diritto a maggiori attenzioni perché ne hanno più bisogno».

Dietro a queste semplici immagini traspare tutta la sapienza del magistero sociale della Chiesa, come anche l’esperienza di tanti santi della carità che con le loro scelte controcorrente hanno scritto pagine di storia non solo della Chiesa ma del nostro Paese e della nostra Città, anche nell’ambito dell’educazione.

Credo si riesca a cogliere immediatamente quali ricadute abbiano queste considerazioni proprio sul piano educativo, anche se, troppo spesso si tenta di depotenziarne la carica rivoluzionaria (come rivoluzionario è lo spirito delle beatitudini), finendo per ridurle ad una etichetta come: “piano per l’inclusione”. Riportare al centro chi abita la marginalità, nella scuola come nella società, (questa è la scelta preferenziale) – è ancora Nervo a ricordarcelo – «prima di una lista di cose da fare è una scelta interiore, personale, che nasce da una esigenza intrinseca al vangelo della carità. Gli atteggiamenti interiori e le parole che li esprimono devono tradursi in comportamenti e scelte concrete, perché senza i fatti, la scelta preferenziale per i poveri rischia di rimanere retorica».

 

  1. Dunque, l’attenzione agli ultimi, ai marginali, è una delle nostre ricchezza. Non è un contributo secondario, facoltativo ma una ricchezza che ha valore e spessore culturale e che il cristianesimo offre al mondo perché resti umano. È parte dell’identità del cristiano e riguarda non soltanto la vita privata e personale ma la prospettiva di un ordine nuovo della società. Rallenta il passo del “progresso ad ogni costo”, pone regole diverse, sceglie priorità nuove per il cammino. La presenza e l’attenzione a chi vive la marginalità costringe a pensarci uniti gli uni agli altri, forma una solidarietà nuova e ci costituisce come popolo. Un popolo in cammino, non fermo ma che sa camminare aspettando tutti e rispettando tutti. Il margine ci conserva persone, perché ciascuno di noi è consapevole di abitare qualche margine.

Dopo la beatitudine di Gesù che, in questo contesto, mi piace tradurre così «Coraggio voi che state ai margini, perché vostro è il centro», o anche “Confide, surge, vocat te”, dalle “pietre di scarto”, dagli scarti sale un incessante grido di giustizia verso tutta la società nelle sue varie componenti: è la sete di giustizia per tutti gli uomini e le donne e per tutti i popoli del mondo perché tutti sono uguali davanti a Dio e per tutti sono i beni materiali e spirituali della terra. E’ una vitalità spirituale, un sentimento di carità che si traduce in richiesta di giustizia che i cristiani e la Chiesa amplificano perché è la loro vocazione e la loro missione.

Il progresso di una città o di una nazione non dipende tanto dalla sua capacità di creare eccellenze: sta invece nella sua capacità di non emarginare nessuno. La cura per l’ammalato, per l’anziano, per il bambino, per chi vive la disabilità, insomma per chiunque attraversi condizioni di fragilità e di marginalità dice la vera qualità di una società. Ed oggi abbiamo più strumenti di un tempo per dare qualità umana alle nostre città. Se Questo è un criterio di verifica della nostra azione politica ed amministrativa, della nostra azione educativa e culturale possiamo chiederci: come sta andando il nostro mondo?

Come discepoli di Gesù, insieme ai fratelli di altre religioni e culture che condividono comunque i valori sostanziali del Vangelo, abbiamo il dovere di continuare a offrire al nostro tempo e ai territori che abitiamo questo appello a mettere al centro l’uomo.

Nel Convegno ecclesiale di Firenze del 2015 la Chiesa italiana, raccogliendo l’appello del Santo Padre espresso nella sua prima enciclica Evangelii Gaudium, si è impegnata a promuovere un “nuovo umanesimo” a partire dal suo fondamento, il Vangelo. Effettivamente il Vangelo di Gesù Cristo, la fede in lui, vero uomo e vero Dio, nell’autorevolezza della sua parola e del suo insegnamento, hanno da sempre fornito un contributo di umanizzazione, di visione della persona, di lettura della storia: i discepoli del vangelo devono essere esperti di umanità – come ebbe a dire Paolo VI – e non hanno esaurito il loro compito oggi.

  1. Il nostro tempo vede in atto il tentativo di una esculturazione dei contenuti del Vangelo: lo denuncia insieme con altri teologi e pensatori il teologo Theobald in un suo recente studio intitolato Urgenze pastorali, indicando con questa parola “esculturazione” da un lato l’estromissione del cristianesimo dalla cultura dominante e, al contempo, l’appropriazione da parte del “secolo” di quanto insegnato dal Vangelo, deprivato però dei suoi significati originari. Sono convinto che questo comporti un impoverimento di umanità per la nostra società e finirà per renderla più facilmente connotata da una tecnologia sempre più sofisticata ma fredda, da una scienza ingegnosa ma capace anche di fare male, da una visione dell’economia fondata su una finanza virtuale, in cui tutto cammina verso la massimizzazione, a prezzo però della felicità e della pace interiore e complessiva della persona umana.

A tentativi di questo tipo abbiamo dovuto assistere anche in quest’ultimo periodo in cui certe prese di posizione in campo sociale, amministrativo e politico non possono non aver creato imbarazzo, ma oserei dire indignazione, in chi si professa cristiano e si sente erede di una tradizione, molto radicata nel Veneto e in Padova, che ha riconosciuto nel rispetto della persona, di ogni persona, e del bene della Comunità i principi guida del proprio agire; principi che alimentati dal Vangelo hanno trovato espressione anche nella nostra Carta costituzionale. La cultura dello scarto che alimenta la globalizzazione dell’indifferenza, più volte richiamate da Francesco, non ci appartengono. Gli inviti alla violenza, l’indifferenza nei confronti degli altri soprattutto nei confronti di chi è in difficoltà, lo spregio per i diritti fondamentali dell’uomo; le chiusure verso i migranti e i profughi, le discriminazioni di culture e religioni diverse dalla nostra; la denigrazione nei confronti di chi si occupa di chi è in difficoltà, anche se sostenuti da consensi popolari o populisti, ottenuti speculando sulle paure e sulle insicurezze che si pensa di vincere costruendo muri e facilitando l’accesso alle armi, tutto questo non può che alimentare la barbarie, la disumanizzazione della società, e non è compatibile con il richiamo allo stile di Gesù e alla pedagogia di Dio.

  1. Gesù di Nazaret infatti ha speso la sua vita per riportare al centro i marginali: gli ammalati, i poveri, i lebbrosi; coloro che erano considerati pietre di scarto. Gesù riabilita e restituisce dignità all’interno della società agli indemoniati, agli adulteri, agli emarginati appunto… in termini di promozione e non di assistenzialismo. L’episodio più emblematico per me resta la guarigione dell’uomo dalla mano inaridita di sabato nella sinagoga di Cafarnao (Mc 3,1-6; Lc 6, 6-11): Gesù lo pone al centro, richiamando su quell’uomo lo sguardo sprezzante dei presenti. Veramente significativo anche l’episodio della guarigione dell’indemoniato di Gerasa che Gesù guarisce e manda dai suoi, dalla sua gente, guarendo in questo modo anche la città dalla sua tentazione di escludere. Quello di Gesù è invece uno sguardo di predilezione, non di pietà, e attraverso la guarigione sa restituire la capacità di stringere relazioni e di lavorare per procurarsi il pane.

Lo stile del Maestro è ciò che deve caratterizzare scelte e azioni del discepolo: è la “differenza cristiana” di cui parla Enzo Bianchi.

Perché le scelte dei cristiani e delle comunità da loro formate si basano, come su una roccia, sulla testimonianza che viene dal Vangelo. È il rapporto con il Vangelo che determina la qualità cristiana della vita; diventa il primo criterio di verifica profondo, serio. Il Vangelo proclama la centralità della persona marginale, dell’uomo e della donna che attendono il sostegno della comunità per poter essere se stessi. Dal Vangelo si eleva per loro un annuncio di speranza e di liberazione.

Quando ha trascurato la sua identità di comunità credente, assoggettata solo al giudizio del Vangelo, la chiesa ha tradito il Vangelo stesso e ha tradito Gesù, non soltanto i poveri. E ha anche abbandonato la sua missione di rendere migliore il mondo. Questi tradimenti della chiesa sono nati quando essa ha smesso di essere “altro” rispetto alla società e alla cultura dominanti. Quando ha assunto come proprio il pensiero di tutti, della maggioranza, o dei potenti o dei primi del mondo rinunciando al suo posto di “sentinella” (a cui costantemente richiamava Giuseppe Dossetti), al suo posto di “guardia” (come dice Hetty Hillesum), quando ha rinunciato al suo mandato profetico come chiede il Concilio Vaticano II e come Papa Francesco ci testimonia.

  1. Dal tempo in cui Gesù si è fatto marginale, povero, piccolo (straordinario il messaggio del Natale!), umiliato e disprezzato, assumendo la nostra condizione umana, anche il concetto di povertà si è modificato, potremmo anzi dire che si è ampliato: la povertà e la marginalità stanno assumendo volti nuovi. Tra questi sempre più consistente è la marginalità sul piano culturale ed educativo. E lo sguardo, il nostro sguardo si allarga: vede la famiglia, vede la città, l’Italia, l’Europa: ogni livello della nostra società ha i suoi margini e le sue emarginazioni. Devono quindi cambiare anche le risposte e gli interventi per debellare le nuove forme di povertà in un mondo così interconnesso e globalizzato.

Siamo chiamati a indossare vestiti nuovi, linguaggi diversi, strategie diverse con il cambiare del tempo, dei luoghi e della comunicazione. Anzi, mi vien da dire che dobbiamo diventare noi stessi stilisti capaci di scegliere stoffe e tagli adatti ai tempi, poeti capaci di creare parole e narrazioni inedite per dialogare con tutti gli altri che come noi vivono l’arte dell’educazione, per permettere ad ogni persona di ritrovare la sua dignità.

Ciò che non dobbiamo cambiare è la scelta di fondo, ispirata al Vangelo: essa potrà assumere volti diversi ma dovrà rimanere coerente con gli insegnamenti di Gesù. Le scelte e le azioni conseguenti alla fedeltà al Vangelo dovranno continuamente evolversi per rispondere ai veri bisogni dell’uomo, in dialogo con le culture che si incontrano. Il restare sempre uguali è una delle possibili forme di tradimento. Questo ci permette di vivere nel mondo dando il nostro contributo con leggerezza, senza pretendere di possedere la verità ma rispettosamente ed umilmente permeando del nostro spirito politica, cultura, scienza, organizzazioni sociali ed educative, cioè la vita. La cultura, intesa come sapienza nel guardare alle cose della vita, come profondità interiore e patrimonio storico di umanità, ha caratterizzato tante iniziative di carità della nostra Chiesa locale: le cucine economiche popolari con i loro migliaia (15.000) pasti mensili e i loro cento anni di vita, questa Casa della Provvidenza che ci ospita, le case di accoglienza per gli anziani, gli ospedali, le missioni nei paesi poveri, le scuole cattoliche nate per educare e dare istruzione ai più marginali… l’oggi ci spinge a domandarci se abbiamo raggiunti i nostri obiettivi di riportare al centro i marginali e gli emarginati, se abbiamo formato alla scuola del Vangelo e alla pedagogia di Dio i cuori e le menti, i sentimenti e le intelligenze.

Dobbiamo domandarci se le nostre risposte sono sufficiente per far rimbalzare il grido che sale dalle “pietre di scarto” della società contemporanea. C’è spazio ancora per la creatività anche all’interno della Comunità ecclesiale per riportare al centro i nuovi marginali facendoci loro prossimo: sfida e opportunità, come dice il sottotitolo di questo Convegno.

 

CONCLUSIONE

Scusate se ho parlato delle marginalità in generale e poco delle povertà educative, tema che sarà adeguatamente approfondito dai relatori che seguono. Ho preferito allargare i riferimenti, perché vorrei che la scuola si sentisse non un’isola e tanto meno fosse relegata ad esserlo; l’educazione infatti avviene con il concorso di tutti, in tutti i momenti della giornata e in tutti i contesti della vita. La scuola da sola non educa. La scuola con la famiglia, con il quartiere, con la città contribuisce ad educare uomini e donne che hanno il cuore pieno di sogni e di ideali di bene, di giustizia, di pace. È questo il messaggio che vorrei consegnare oggi a voi che operate nel mondo della scuola, ringraziandovi per il vostro impegno a trasformare le povertà educative in occasioni di crescita per tutti, mettendo al centro chi, nelle vostre classi è o si sente marginale. E con ancora maggiore incisività lo rivolgo, come vescovo, agli insegnanti di religione che devono fare del Vangelo il loro statuto di vita e di servizio e alle scuole cattoliche che sono chiamate a sforzarsi ad essere luoghi dove la solidarietà e l’attenzione verso chi è nella povertà, intesa in senso lato, sono di casa.

+ Claudio Cipolla

BIBLIOGRAFIA

  • Bello, Pietre di scarto, La Meridiana, Molfetta 1993.
  • Bello, Sui sentieri di Isaia, La Meridiana, Molfetta 1989.
  • Bianchi, La differenza cristiana, Einaudi, Torino 2006.
  • Giaccardi – M. Magatti, La scommessa cattolica, Il Mulino, Bologna 2019
  • M. Martini, Le beatitudini, In Dialogo, Milano 2000.
  • Nervo, Una scelta cristiana e civile: partire dagli ultimi, Messaggero, Padova 2012.
  • Nervo, Il racconto di una vita, EDB, Bologna 2017.
  • Quaglia, Testimoni di umanità nella condizione postmoderna, EDB, Bologna 2014.
  • Ravasi – A. Sofri, Beati i poveri in spirito, Lindau, Torino 2012.
  • Theobald, Urgenze pastorali, EDB, Bologna 2019.

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Mi sta a cuore: completato il restauro della Madonna in trono con Gesù Bambino della chiesa di Pozzonovo

Si è concluso, dopo circa un anno, il restauro della statua della Madonna in trono con Gesù Bambino, conservata nella chiesa di Pozzonovo, opera recuperata grazie al progetto MI STA A CUORE, che vede il Museo diocesano e l’Ufficio Beni culturali della Diocesi di Padova impegnati nella sensibilizzazione al recupero e alla valorizzazione di beni artisti del territorio, con la collaborazione della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova, Treviso e del Centro Interdipartimentale di Ricerca, Studio e Conservazione dei Beni Archeologici, Architettonici e Storico-Artistici – CIBA dell’Università degli Studi di Padova.

Alla sua terza edizione il progetto MI STA A CUORE si è, infatti, dedicato al restauro di tre opere in terracotta del XV secolo: la Madonna in trono con Bambino della chiesa di San Nicolò in Padova (restauro concluso in primavera); il Compianto sul Cristo morto della chiesa di San Pietro in Padova (che sarà presentato a fine mese) e, appunto la Madonna con Bambino della chiesa di Pozzonovo (Pd). Sono tre opere d’arte di terracotta di particolare pregio per fattura, bellezza e valore storico-artistico che, al termine del restauro, saranno protagoniste di una mostra dedicata alla scultura in terracotta dal titolo A nostra immagine. Scultura in terracotta a Padova nel Rinascimento. Da Donatello a Riccio, in cantiere per il 2020 al Museo diocesano.

L’intervento di restauro sulla Madonna in trono con Gesù Bambino della chiesa parrocchiale di Pozzonovo, opera in terracotta policroma, era stato inaugurato lo scorso 28 settembre 2018, con una presentazione storico-artistica e un momento musicale offerto dalle musiciste Chiara De Zuani, Carolina Putica e Martina Baratella ed è stato possibile grazie al sostegno di molti benefattori: contributi sono arrivati dalla comunità parrocchiale di Pozzonovo, da privati cittadini, aziende, Pro loco di Pozzonovo, Banca Intesa SanPaolo.

Il restauro ha portato alla rimozione degli strati di colore che sovrapposti nel corso dei secoli e che alteravano non poco la percezione del modellato della scultura, consentendo il recupero di preziosi dettagli come i decori dorati sulla veste rossa, la doratura sui capelli della Vergine e del Bambino (purtroppo ne restano solo tracce), la collana e il bracciale dipinti a finto corallo del Bambino, che secondo un’antica simbologia alludono alla sua futura Passione.

Inoltre il restauro ha confermato oltre ogni ragionevole dubbio i risultati della ricerca storico artistica che negli stessi mesi ha portato uno studioso dell’Università di Trento, Davide Civettini, ad attribuire in modo convincente la scultura a Giovanni de Fondulis, sulle pagine della rivista scientifica “Arte Veneta”. Non dunque il fiorentino Nanni di Bartolo, come proposto oltre vent’anni fa, ma un artista di origini cremasche che nella seconda metà del Quattrocento a Padova raccoglie l’eredità di Donatello diventando uno dei protagonisti della scultura del tempo nella terraferma veneta.

Alla comunità di Pozzonovo viene così restituito un capolavoro della scultura rinascimentale, non un’opera isolata ma una delle tante immagini religiose in terracotta che durante il Rinascimento erano presenti nelle chiese della città e della campagna padovana.

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Don Riccardo Battocchio nominato presidente dell’Associazione teologica italiana

Don Riccardo Battocchio, presbitero diocesano, ordinario di Teologia dogmatica, vicepreside della Facoltà teologica del Triveneto e direttore del ciclo di licenza,  è stato eletto presidente dell’ATI  – Associazione teologica italiana, nel corso del XXVI Congresso nazionale dell’Associazione in corso a Enna (2-6 settembre 2019).

Durante il congresso si è infatti proceduto alle elezioni del Consiglio direttivo per il quadriennio 2019-2023, che ora risulta così composto:

Presidente: Riccardo Battocchio (Padova)

Vice-presidente: Vito Mignozzi (Castellaneta)

Segretario-tesoriere: Federico Badiali (Bologna)

Consiglieri nazionali:

Gianni Criveller (P.I.M.E.), Jean Paul Lieggi (Bari), Armando Nugnes (Aversa), Marcello Paradiso (Termoli Larino), Leonardo Paris (Trento), Simona Segoloni (Perugia).

Delegati zonali:

Per la zona Nord: Massimo Nardello (Modena-Nonantola)

Per la zona Centro: Mario Farci (Cagliari)

Per la zona Sud: Vincenzo Di Pilato (Trani-Barletta-Bisceglie)

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Don Riccardo Battocchio, presbitero della Diocesi di Padova, è vicepreside dalla Facoltà Teologica del Triveneto dal 2015 e direttore del ciclo di licenza dal 2018 (dopo esserne stato vicedirettore dal 2013); è docente stabile ordinario di Teologia dogmatica.

Ha conseguito il dottorato in Teologia alla Pontifica Università Gregoriana e il diploma di Biblioteconomia alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Docente di teologia sistematica nella Sezione di Padova della Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale (1992-2005) e poi nella Facoltà Teologica del Triveneto – sede di Padova (dal 2005 a oggi).

Direttore della Sezione Antica della Biblioteca del Seminario vescovile di Padova (2004-2019) e della Biblioteca della Facoltà teologica del Triveneto-Istituto Filosofico Aloisianum (2005-2013).

Dal 2003 è membro dell’ATI (Associazione Teologica Italiana) di cui è stato segretario nazionale dal 2007 al 2015.

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