2015: anno della vita consacrata

L’Anno della Vita Consacrata non riguarda soltanto le persone consacrate, ma la Chiesa intera. Mi rivolgo così a tutto il popolo cristiano perché prenda sempre più consapevolezza del dono che è la presenza di tante consacrate e consacrati, eredi di grandi santi che hanno fatto la storia del cristianesimo. Cosa sarebbe la Chiesa senza san Benedetto e san Basilio, senza sant’Agostino e san Bernardo, senza san Francesco e san Domenico, senza sant’Ignazio di Loyola e santa Teresa d’Avila, senza sant’Angela Merici e san Vincenzo de Paoli. L’elenco si farebbe quasi infinito, fino a san Giovanni Bosco, alla beata Teresa di Calcutta? Il beato Paolo VI affermava: «Senza questo segno concreto, la carità che anima l’intera Chiesa rischierebbe di raffreddarsi, il paradosso salvifico del vangelo di smussarsi, il “sale” della fede di diluirsi in un mondo in fase di secolarizzazione».

Invito dunque tutte le comunità cristiane a vivere questo Anno anzitutto per ringraziare il Signore e fare memoria grata dei doni ricevuti e che tuttora riceviamo per mezzo della santità dei Fondatori e delle Fondatrici e della fedeltà di tanti consacrati al proprio carisma. Vi invito tutti a stringervi attorno alle persone consacrate, a gioire con loro, a condividere le loro difficoltà, a collaborare con esse, nella misura del possibile, per il perseguimento del loro ministero e della loro opera, che sono poi quelli dell’intera Chiesa. Fate sentire loro l’affetto e il calore di tutto il popolo cristiano.

Benedico il Signore per la felice coincidenza dell’Anno della Vita Consacrata con il Sinodo sulla famiglia. Famiglia e vita consacrata sono vocazioni portatrici di ricchezza e grazia per tutti, spazi di umanizzazione nella costruzione di relazioni vitali, luoghi di    evangelizzazione. Ci si può aiutare gli uni gli altri.

  • Ogni anno il 2 febbraio, nella festa della Presentazione al tempio di Gesù,  preghiamo in modo particolare per tutti i religiosi e religiose del mondo.

Bollettino valido da Domenica 1 Febbraio a Domenica 8 Febbraio 2015

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La fede e l’influenza

Esperienza significa che qualcosa influenza il corpo e quindi le emozioni e        viceversa. Pensare significa trasformare esperienze corporee ed esperienze        emotive in parole. Le parole a volte rimangono nella mente e altre arrivano perfino a essere scritte. Pensare l’influenza significa trasformare in parole i fazzoletti, gli starnuti, i mal di testa, le pastiglie «Devo stare dentro…», «Sono raffreddata…», «Devo coprirmi…»; «Non posso venire…», «Devo stare isolato…», «Devo aspettare che mi passi…»… Le parole dell’influenza (a pensarci bene) sono poi le stesse dell’insolazione! Tra ogni cosa infatti ci sono sempre relazioni di somiglianza e di differenza: pensare significa trovare le parole che dicono l’identità e la diversità. Tra la fede e l’influenza, ad esempio, ci auguriamo tutti che la prima rimanga sempre mentre la seconda passi in fretta (differenza), ma ugualmente che la prima contagi tutti e la seconda nessuno, ma sempre di un contagio si tratta (somiglianza).

Pensare l’influenza ci invita a essere consapevoli di un tempo nella vita dove è bene stare dentro, stare al caldo, coprirsi, rinunciare a qualcosa, stare da soli, aspettare…, come ci sarà un tempo nel quale è bene stare fuori, stare al fresco, spogliarsi, non lasciarsi sfuggire un’esperienza, stare insieme, correre

A pensarci bene… l’influenza può dirci molto sulla fede (sulla chiesa, parrocchia, preghiera…) che a volte diciamo fredda, raffreddata, chiusa, isolata, lenta… Perché non imparare dall’influenza ciò che è bene anche per la fede? Starci dentro, non fuggire. Creare calore, non portare freddo. Proteggersi e farsi aiutare, non isolarsi e fare da soli. Aspettare e sperare, non avere fretta e disperarsi. Ci auguriamo dunque che la fede abbia più influenza sulla nostra vita e l’influenza abbia più influenza sulla nostra fede.

Don Giulio Osto

Bollettino valido da Domenica 25 Gennaio a Martedì 3 Febbraio 2015

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La passione dell’ecumenismo

L’impegno ecumenico risponde alla preghiera del Signore Gesù che chiede che «tutti siano una sola cosa» (Gv17,21). La credibilità dell’annuncio cristiano sarebbe molto più grande se i cristiani superassero le loro divisioni e la Chiesa realizzasse «la pienezza della cattolicità a lei propria in quei figli che le sono certo uniti col battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione». Dobbiamo sempre ricordare che siamo pellegrini, e che peregriniamo insieme. A tale scopo bisogna affidare il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze, e guardare anzitutto a quello che cerchiamo: la pace nel volto dell’unico Dio. Affidarsi all’altro è qualcosa di artigianale, la pace è artigianale. Gesù ci ha detto: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9). In questo impegno, anche tra di noi, si compie l’antica profezia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri» (Is 2,4).

Data la gravità della controtestimonianza della divisione tra cristiani, particolarmente in Asia e Africa, la ricerca di percorsi di unità diventa urgente. Se ci concentriamo sulle convinzioni che ci uniscono e ricordiamo il principio della gerarchia delle verità, potremo camminare speditamente verso forme comuni di annuncio, di servizio e di testimonianza. […] Sono tante e tanto preziose le cose che ci uniscono! E se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi. Solo per fare un esempio, nel dialogo con i fratelli ortodossi, noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità. Attraverso uno scambio di doni, lo Spirito può condurci sempre di più alla verità e al bene.

 

Papa Francesco, Esortazione Evangelii Gaudium n.244-246

I 20 comandamenti, i cristiani e gli ebrei

L’eccellente spettacolo televisivo del 15 e 16 dicembre 2014, a cura di Roberto Benigni, ha riportato all’attenzione di un sesto degli italiani il testo biblico di    Esodo 20,1-17, conosciuto con il titolo: i dieci comandamenti. Da centinaia di   anni le dieci parole (deca-logo) sono commentate da migliaia di persone dai rabbini in primis, fino alla mamma, alla nonna, alla catechista o al prete che forse ce li ha insegnati e, più o meno, spiegati. I ‘dieci comandamenti’ esistono infatti solo se diventano venti cioè il testo + un commento. Una parola incompresa è infatti insignificante e inutile. Solo se una persona dedica attenzione per una comprensione personale scopre doppiamente una cosa: la parola (le 10 parole della Bibbia) e il suo significato (le 10.000 parole di Benigni o di qualcun altro). Ecco in questo senso tre occasioni di formazione da non perdere:

  • «Non pronuncerai falsa testimonianza…». Commento del rabbino capo di Padova, Adolfo Aharon Locci. Giovedì 15 gennaio, ore 20.45, Salone Lazzati, Casa Pio X.(via Vescovado 29, Padova. Parcheggio in piazza Duomo fino alle ore 23.00).
  • Il Gesù di Marco. Conferenza di Paolo Ricca, teologo valdese. Giovedì 22 gennaio, Chiesa Evangelica Metodista, (Corso Milano, 6, Padova). Paolo Ricca ha aiutato Benigni con il libro: Paolo Ricca, Le dieci parole di Dio. Le tavole della libertà e dell’amore, Morcelliana, Brescia 2014, pagine 240, € 13,50.
  • Dieci comandamenti. Dieci parole di vita nuova. Ogni settimana, tutti i mercoledì dal 7 gennaio 2015 in poi, ore 21.00-22.00 presso la Chiesa di Chiesanuova, (via Chiesanuova, 90-Padova). Per tutti: dai 18 ai 150 anni,  ingresso libero. Catechesi a cura di don Pierpaolo Peron.

Partecipare almeno a uno di questi tre appuntamenti è… un comandamento.

 

Don Giulio Osto