Buona Pasqua di Risurrezione

Nella Pasqua di questo anno giubilare della Misericordia deside-riamo riscoprire nuovamente la potenza dell’abbraccio che il Padre ci offre nelle braccia aperte e nel cuore squarciato del Figlio suo e fra-tello nostro Gesù.
In quell’abbraccio si esprime e condensa un amore sempre pronto a mettersi in gioco, ad accogliere e risanare; come è stato l’abbraccio del padre al figlio che, ritornato a casa, si fa stupire da una reazione inaspettatamente abbondante e convincente.
‘Pace a voi!’, dice il Risorto agli amici ancora ammaccati dalla loro incredulità e paure; ‘Pace a voi!’, ripete l’Amico anche a noi mentre, come allora, soffia su di noi il suo ‘fiato’ vitale e ci invita ad andare e dire e fare ‘Pace’.
Povere le nostre mani ma non al punto da non poter offrire una stretta di mano, un po’ di calore, un abbraccio, appunto! Noi chiama-ti a donare un abbraccio a chi è nostro compagno di strada: come tentiamo, da qualche mese a questa parte, con i giovani rifugiati che ci hanno raccontato la loro via crucis; un abbraccio come abbiamo dato con gioia agli amici ‘diversamente abili’ che, accompagnati dagli operatori della Cooperativa ‘Nuova idea’ e dai loro genitori, sono ve-nuti a trovarci (e ancora verranno).
L’augurio che rivolgiamo di cuore è di vivere e gustare la rinascita che la Pasqua di Gesù afferma possibile, per tutti. Il nostro augurio affettuoso a tutti coloro che si riconoscono parte di questa nostra comunità cristiana e, ugualmente e con tanta cordialità, a chi pure abita questo nostro paese.
Buona Pasqua!
Il Parroco Don Franco, don Giulio, diacono Edoardo, le Suore Dimesse, il Consiglio Pastorale

L’asino che porta il Mistero

L’asino che porta il Mistero

Un racconto per la Settimana Santa

C’era un po’ di inquietudine nella stalla quel giorno. Non era solo la primavera, che gli asini sentono come gli umani e tutti gli altri animali. Era cominciato tutto quando due signori, la mattina, erano venuti a chiedere con tono insolito Asen, con urgenza, per un compito che anche loro non sapevano spiegare bene. Asen era il più giovane. Aveva risposto con disponibile slancio a quella chiamata, rimuovendo qualche retropensiero. Quando era rientrato nella stalla era pensoso e frastornato, ma con le orecchie più diritte del solito, elettrizzato. «Non dici niente?» chiese infine Shomar, che era un po’ il decano del gruppo. Fu come aprirgli le cateratte del cuore.

Così parlò Asen: «Quando ho capito che i due personaggi misteriosi non mi cercavano per fare uno stufato, ho sentito una grande pace interiore, ma anche una grande commozione. Mi hanno steso sulla groppa un mantello e vi hanno fatto sedere Gesù. Ricordate? quel Gesù che ogni tanto abbiamo visto in giro anche noi. È un omone; eppure un giogo così soave e un peso così leggero la mia schiena non lo ricordava. Io non capivo bene che cosa stesse accadendo. La gente si accalcava, gridava, faceva festa. Deve essere proprio speciale questo Gesù».

Ezechiele, per gli amici Esel, non sapeva leggere; ma gli era sempre piaciuto chi narrava di re e di profeti. Accennò: non gli suonava nuova una storia del genere. Lui ascoltava tutto, ma gli restavano in mente soprattutto le storie in cui si parlava di asini. Si esaltava quando gli chiedevano di raccontare di Balaam e di Saul, di Abigail e tante altre storie che ormai conosceva a memoria. Per farlo arrabbiare, gli chiedevano di Assalonne. Allora bofonchiava: «Non volete capire che quello era un mulo?». Si commoveva quando gli chiedevano dell’asino di Abramo, che si era dovuto fermare alle pendici del Moria. Ma più di tutti lo faceva sognare la pagina del profeta Zaccaria. Sentendo il racconto del giovane Asen pensò: Ci siamo! Lo disse anche, ma non gli prestarono attenzione. Tutta la stalla pendeva dalla bocca del puledrino che concitato continuava il racconto.

«Due signore dall’accento romano, forse mogli dei soldati», diceva, «parlavano di un pullus. Ho capito che dicevano di me, e avrei voluto rispondere che a me del pollo non lo ha mai dato nessuno. Ma il momento era troppo serio per impuntarmi e ragliare. Ho tenuto contegno: portavo Gesù. Asinus portans mysteria, diceva l’altra. Sapete che cosa vuol dire?».

Onesimo, per gli amici Onos, si piccava di essere acculturato. «Il latino – ammise – alla scuola degli asini neanch’io l’ho imparato. La storia del pullus mi lascia perplesso. Ma quanto all’asinus portans mysteria mi pare di aver orecchiato – proprio così disse – che è un incarico importante, il servizio più importante che ci possa capitare. A noi asini affidano some preziosissime, e guai se siamo così asini da credere che importanti siamo noi».

Asen continuava: «Poi ho visto la sua mamma. Mi ha fatto una carezza. Mi ha detto in un orecchio: Grazie. Tu lo porti per un paio d’ore; io l’ho portato per nove mesi. Sai? Quando è nato, c’era là anche uno di voi. Ripenso sempre a tutti quelli che si sono presi cura del mio bambino. Altri lo porteranno fino alle estremità della terra. Dobbiamo essere umili, Asen. Se lo sarai, anche te tutte le generazioni diranno beato». Mi ha fatto un’altra carezza, poi si è tirata in disparte. Si vede che aveva tanti pensieri nel suo cuore. Non dimenticherò mai quella donna.

«Noi asini non facciamo molta fatica a essere umili», osservò Shomar. «Il nostro mestiere è portare legna e altri carichi, perché non siano di peso per gli altri. Tu hai portato Gesù per tutti noi, Asen». «Asinus portans mysteria», ripeteva Onos, quasi seguendo un suo corso di pensieri. «Un asino da re», rimuginava Esel; «uno dei nostri».

«A proposito di legna», disse ancora Asen, quasi lasciando venire a galla un pensiero rimosso: «c’era in giro anche qualcuno con un aspetto che non mi è piaciuto. Parlottavano di legna, da portare. Gliela faremo portare a lui, dicevano. Ho capito che non si trattava di me; per noi asini è cosa di tutti i giorni portare la legna. Ma perché volevano farla portare a Gesù?». «Forse è come la storia di Isacco», disse Esel; e ancora il racconto lo inquietava. «L’asino era rimasto ai piedi del monte, e Abramo la legna l’ha fatta portare al figlio». «Sarebbe il nostro mestiere portare la legna», ripetè Asen. «O i re», aggiunse Onos.

«Se nasco un’altra volta mi piacerebbe essere uomo», disse Asen. «Che sciocchezza!», ribattè Onos. «Lo sai che non si può nascere un’altra volta». «Si dice per dire», intervenne Shomar, difendendo il puledrino. «Anche noi asini siamo capaci di sognare». «Però Asen non è un bel nome per un uomo», ribatté Onos, cercando di depistare il discorso. «Come vorresti chiamarti?». Asen era impreparato a questa domanda. Si sentiva solo un asino. Tacque. «Potrebbe chiamarsi Cristoforo», concluse Shomar.

La luna era ormai quasi piena. Una lama di luce entrava dalla finestra della stalla. Forse era una sera così, quando era nato Gesù, pensava Esel, ma non lo disse. Chissà come si chiamava l’asino che era là quella notte.

Don Tullio Citrini

Teologo, Chiesa Ambrosiana, Milano

Chiesa Sacro Cuore di Gesù Torreglia

Cristo sulla sabbia

Dal Vangelo secondo Giovanni

(Gv 8,1-11)

 

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.

Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Cristo sulla sabbia

Una poesia ispirata al vangelo di domenica 13 marzo – 5^ di Quaresima

 

Cristo sulla sabbia

all’adultera in procinto d’essere linciata

cosa vuoi che abbia scritto

se non una poesia d’amore?

Cosa vuoi che siano state

quelle poche lettere

quei piccoli segni rimasti

nel mistero

se non un mistico, silenzioso “ti amo”

detto a tutto il mondo

e cancellato nella notte

furtivamente

da quelli senza peccato?

 

     Angelo Colucci

 

  • Poesia pubblicata nel libro: Osto – S. Valentini (cur.), Parola e Mistero. Premio San    Sabino –        Ottava Edizione, Proget Edizioni, Padova 2015, pg. 65.