A servizio della libertà: il vescovo Claudio Cipolla dialoga con la rettrice Daniela Mapelli

Giornata clou, giovedì 16 giugno, all’interno del ricco programma LIBERAMENTE ideato dalla Pastorale della Cultura e dell’Università (che comprende anche il circuito dei collegi universitari), per celebrare gli 800 anni dell’Università di Padova (1222-2022). Un calendario di iniziative che, partite in primavera, si sviluppano durante tutto l’anno.

Quella di giovedì 16 giugno è una giornata di particolare rilievo: infatti vede realizzarsi in dialogo quello che è lo spirito del percorso LIBERAMENTE, ossia cogliere il costante e continuo rapporto, in questi 800 anni, tra Chiesa di Padova e Università.

E così il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, si troverà a dialogare e confrontarsi, con la magnifica rettrice Daniela Mapelli in un appuntamento dal titolo A servizio della libertà, moderato dalla giornalista Micaela Faggiani. Al centro del confronto: la comune passione per la ricerca e la crescita dell’umano. Il dialogo sarà intervallato da alcuni momenti musicali curati dalla Bottega Tartiniana. L’appuntamento è alle ore 17.30, al Teatro delle Maddalene, in via San Giovanni di Verdara 40 a Padova.

Per partecipare è necessario iscriversi (fino a esaurimento posti), inviando una mail a  liberamentechampions@gmail.com

La giornata di giovedì 16 giugno vedrà un altro importante appuntamento, alle ore 21, nella chiesa di Santa Caterina, in via Cesare Battisti 245 a Padova, con il concerto BUON COMPLEANNO UNIPD. Le grandi scoperte, le grandi donne, la grande musica. Il concerto vede protagonistaGiulia Bolcato, soprano che vanta la collaborazione con teatri come La Fenice di Venezia e l’Opera Reale di Stoccolma e l’orchestra Bottega Tartiniana, con il maestro Piero Toso, e Davide Gazzato(liuto e torba) diretti da Giancarlo Rizzi.

Buon compleanno UNIPD vuole essere un omaggio agli 800 anni dell’Università ed è pensato per raccontare due vicende straordinarie per l’Ateneo patavino e per la città di Padova. Da un lato la scoperta dei satelliti di Giove da parte di Galileo Galilei, che dà inizio all’astronomia moderna, e dall’altra ricordare la prima donna laureata, Elena Lucrezia Piscopia Corner, a cui è dedicato un importante sito morfologico sul pianeta femminile per eccellenza: Venere.

La musica si snoderà tra i grandi autori del ‘700 veneto con musiche che hanno per tema da un lato i pianeti e la loro armonia, come nella composizione di Antonio Caldara “La Concordia dei pianeti”, dall’altro compositrici al femminile, come Maddalena Sirmen Lombardini, violinista del tempo di Mozart che aveva studiato proprio a Padova con Tartini. Proprio la figura di Tartini, fondamentale per la città di Padova e per la musica europea, sepolto nella chiesa di Santa Caterina, completa il programma della serata.

Durante il concerto interverrà Piero Martin, professore di fisica sperimentale al dipartimento di fisica e astronomia.

Il programma LIBERAMENTE, entro cui si collocano questi due appuntamenti, ha il patrocinio del Comune di Padova e dell’Ufficio per la Scuola e l’Università della Conferenza episcopale italiana, e s’inserisce nell’ambito delle iniziative delle celebrazioni degli 800 anni dell’Università degli Studi di Padova.

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IL SIGNORE CI DONI PACE!

Carissimi fratelli e sorelle, in questo giorno di festa per la Chiesa di Padova, in cui ricordiamo solennemente Sant’Antonio, desideriamo condividere con tutti voi questo messaggio di augurio e di reciproco affidamento al Signore. È festa non solo per Padova, ma anche per tutti coloro che, provenienti da tutto il mondo, si fanno pellegrini presso la Basilica del Santo; oppure si uniscono in preghiera dalle loro case; a tutti sono rivolte queste parole di fiducia e d’incoraggiamento.

Sant’Antonio di Padova è conosciuto in tutto il mondo per i segni prodigiosi che, sin da quando era in vita, si sono verificati grazie alla sua intercessione. Ci sembra che il primo segno che ancora oggi continua ad attuarsi sia proprio la comune manifestazione di affetto che si stringe attorno a lui. Nonostante il trascorrere dei secoli, continua a zampillare la sorgente di devozione nei confronti di Sant’Antonio e tantissime persone si trovano fianco a fianco pur non conoscendosi, ispirate dai medesimi sentimenti. La Chiesa è anche questo, popolo di fedeli che, dalle più diverse parti della terra, tessono fili di comunione, innalzano lodi al Signore, trovano forza e slancio per pregare. Un «prodigio di coralità»: ecco ciò che ci meraviglia sempre. Sant’Antonio ci ricorda che non si può essere cristiani da soli; che i discepoli e le discepole di Gesù fanno famiglia, fanno comunità.

Altra ragione di stupore è poter constatare l’incessante pellegrinare di moltissime persone che si mettono in viaggio, che spesso percorrono lunghi tragitti a piedi e che lungo il loro cammino pregano, si confidano vicendevolmente, si scambiano sogni e timori. Camminare: questo è un tratto quanto mai suggestivo dell’esperienza credente. Nessuno è mai arrivato alla meta una volta per tutte; sempre si può ricominciare, ripartire; sempre si annunciano a noi promesse che meritano di essere ulteriormente accolte, per riprendere il pellegrinaggio. Il cammino ci ricorda esattamente questo: che, per quanti errori noi possiamo aver compiuto, sempre ci sarà data la possibilità di risollevarci. Ma ci dice anche che, per quanto noi possiamo arrivare lontani, il Signore saprà spingerci oltre, attirarci a sé con il fascino della sua bontà; ci solleciterà a metterci sulle sue tracce senza stancarci mai. Pellegrini e – perché no? – esploratori curiosi: così desideriamo essere, uomini e donne animati dalla speranza.

«Popolo» e «viaggio», dunque. Coralità e cammino! Sono esattamente i due «poli» a cui desidera dar voce il dinamismo sinodale che sta vivendo anche questa nostra Chiesa di Padova. Siamo invitati ad iniziare un percorso di discernimento che aiuterà la nostra comunità diocesana a vivere più intensamente la missione che il Signore ci ha affidato. Nella lettera di indizione ci è stato ricordato che non si tratta di fare cose nuove, ma di rendere nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5), cioè di dare un’anima a ciò che facciamo per il Signore, con quella freschezza e semplicità che il Vangelo esige e che deriva dal rimanere in Lui con gioia. Questa è la missione della Chiesa! Lo abbiamo ormai scoperto, ma desideriamo evidenziarlo ancora: indipendentemente dai «risultati» che si potranno raggiungere attraverso il Sinodo, un frutto buono lo possiamo già assaporare agli inizi: camminare insieme è già segno luminoso di Vangelo. È già un trasparente atto di fede, perché esprime la nostra fiducia nello Spirito di Dio che, sin dalle origini della Chiesa, ha parlato a comunità raccolte in preghiera, o radunate per capire e compiere decisioni. Quanto più saranno le voci a cui sarà dato diritto di cittadinanza, tanto maggiori saranno le «garanzie» che è lo Spirito del Signore a parlare, a farsi presente. Per questo ringraziamo il Signore!

Ci piacerebbe che anche in noi, nelle nostre comunità e famiglie riprendesse vigore, almeno un po’ di vigore, qualcosa di ciò che ardeva nel cuore di Sant’Antonio: il suo amore infinitamente grato per il Signore Gesù. Questo è stato costantemente il suo tesoro più grande, la sua passione dominante: rimanere fedelmente attaccato a Gesù, nell’intimità di un’amicizia bellissima e vitale con lui; e risvegliare in coloro che incontrava la medesima aspirazione a vivere, con il Salvatore, un rapporto profondo e vero.

Non possiamo inoltre dimenticare come la potentissima parola di Sant’Antonio si sia sempre espressa con mirabile onestà e potenza. Ci raccontano i suoi primi biografi che, quale vero discepolo di San Francesco d’Assisi, amava l’agire più che il parlare: si faceva «compagno degli umili molto volentieri, piuttosto che assidersi sulla cattedra di maestro». Ciononostante non ha mai rinunciato a predicare il Vangelo, consapevole di come una parola efficace sia in grado di risvegliare le coscienze, di illuminare i cuori. «Nessuna adulazione di favore umano riusciva a carezzarlo; ma parlando ai grandi e agli umili riusciva a colpire ciascuno in giusta misura con la freccia della verità». Possiamo certamente pensare che la parola di Sant’Antonio fosse tanto efficace anche a motivo della sua coerenza; prima di parlare, agiva. Ed è assai nota la sua affermazione: «Cessino, vi prego, le parole; parlino le opere».

Desideriamo chiedere al Signore che ancora oggi possano innalzarsi tante voci come quella di Antonio. Non smaniose di esibirsi o di avere ragione, ma animate dall’intimo desiderio di consolare, benedire, sostenere passi vacillanti, ridestare sogni di pace.

La pace! Come non chiedere questo dono, oggi? Chiediamo a Sant’Antonio di intercedere presso il Signore affinché ogni terra martoriata dalla violenza possa essere visitata dalla pace. Sono tante le popolazioni che soffrono: o perché minacciate quotidianamente dalle armi, o perché scandalosamente sfruttate dai potenti, o perché dimenticate nell’indifferenza, lasciate in balìa di ostilità distruttive, in preda a forze che sembrano inarrestabili. Manda, o Signore il tuo angelo di pace!

Ma vogliamo, con tutte le forze, iniziare noi per primi a deporre le armi delle competizioni, delle maldicenze velenose, delle sciocche rivendicazioni, dei ciechi arrivismi. Che Sant’Antonio ridesti ogni nostra energia addormentata affinché possiamo rendere più bella la vita degli altri, alleggerire il peso che grava sulle spalle delle persone che incontriamo ogni giorno; ci aiuti a gettare ponti di comunione, a sciogliere ogni durezza, a tendere mani accoglienti.

Sant’Antonio: inquietaci almeno un poco e rendici fratelli e sorelle coraggiosamente fantasiosi nell’intuire inedite strategie di riconciliazione laddove sembra inutile ogni sforzo di pace. Sia questo, oggi, il tuo «miracolo» più grande e più bello: la pace! Conta su di noi!

+ Claudio Cipolla,Vescovo di Padova                                                     Fra Antonio Ramina, Rettore della Basilica del Santo

 

 

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«Prese il pane, rese grazie» Il tutto nel frammento

L’arrivo del messaggio dei vescovi italiani per la 17ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato (1 settembre 2022) e per il tempo del Creato (1° settembre – 4 ottobre 2022), che quest’anno ha come tema «Prese il pane, rese grazie» (Lc 22,19) Il tutto nel frammento, ci porta a riflettere in modo sapiente sui nostri giorni e ci è occasione per segnare in agenda la data della Giornata diocesana del Creato che vivremo domenica 25 settembre a Caltrano (VI).

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Il Vescovo Claudio sulla strage compiuta in una chiesa cattolica in Nigeria nel giorno di Pentecoste

Il dramma della strage compiuta nella chiesa di San Francesco Saverio ad Owo, nella Diocesi di Ondo, in Nigeria, durante la Messa di Pentecoste, provoca sgomento e indignazione. Il male che si abbatte feroce su persone inermi che pregano in un giorno di festa e uccide tante vite, ci spinge alla preghiera, nella consapevolezza che “il male non avrà mai l’ultima parola”, come ha affermato in una lettera di cordoglio il Presidente della Conferenza Episcopale italiana, Card. Matteo Maria Zuppi.

Insieme a tutta la Diocesi esprimo vicinanza e preghiera ai nigeriani di qualsiasi religione e chiesa cristiana nel nostro territorio e in modo particolare alla Comunità cattolica africana anglofona della nostra Diocesi, che vede la presenza di molti nigeriani. La preghiera per la pace che gli africani cattolici presenti a Padova faranno in questa settimana, ci trova concordi e solidali con loro. A loro esprimiamo affetto e solidarietà.

 

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Pentecoste al Santo

L’attualità del giorno di Pentecoste a colpo d’occhio su diverse colorazioni della pelle e su abiti di altre latitudini e culture. L’orecchio teso all’ascolto di altre lingue. La Santa Messa delle Comunità Cattoliche degli immigrati, celebrata domenica 5 giugno nella Basilica del Santo a Padova ha dato l’evidenza di quanto è descritto nel libro degli Atti degli Apostoli, al capitolo 2: si trovavano a Gerusalemme popoli di ogni nazione, Parti, Medi, Elamiti…e sentono parlare gli apostoli nelle loro lingue delle grandi opere di Dio.

Don Gianromano Gnesotto, Direttore della Migrantes Diocesana, l’ha evidenziato nell’omelia:

L’attualizzazione della pagina degli Atti degli Apostoli su quanto avvenuto a Pentecoste, si può così rendere: si trovavano nella Basilica del Santo popoli di ogni lingua e nazione: africani, indiani, cinesi, ucraini, polacchi, romeni, srilankesi, latinoamericani, per dare lode al Signore ed essere presenza di una profezia che si sta realizzando.

Ha infatti sottolineato che la storia delle migrazioni mostra il disegno di Dio, quello di fare di tutti i Popoli una famiglia di Popoli, allargando il concetto di patria oltre i confini materiali, facendo patria dell’uomo il mondo. “Un mondo in cui non ci si sopporta, ma ci si apprezza e accoglie. Un mondo in cui non c’è indifferenza, ma sollecitudine, aiuto e amicizia” conclude Gnesotto.

 

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Decine di persone sprofondano verso il fondale…

Decine di persone sprofondano verso il fondale, mentre al di là del vetro che separa l’acquario-Mediterraneo dal resto del mondo la gente assiste alla tragedia tra uno scatto e l’altro.

(Vignetta dell’iraniano Alireza Pakdel, vincitore del Grand Prix World Press Cartoon 2017)

 

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IN ROTTA… ricerca di possibilità per l’annuncio

Dopo un tempo di rinvii forzati riprendiamo la “Scuola per formatori all’evangelizzazione e alla catechesi”. Sempre negli anni di attività abbiamo cercato di rinnovare la proposta. In questo tempo non mancano motivi per rimettersi “IN ROTTA”. Evidenzio tre aspetti che vogliono caratterizzare l’iniziativa che si svolgerà a Siusi (BZ) dal 16 al 24 luglio: la capacità di accogliere le sfide dell’oggi; il desiderio di formare annunciatori liberi; la voglia di far intravvedere l’identità della Chiesa.

Vivere il presente

Viviamo un tempo di mutazione madornale, di cui non abbiamo ancora colto l’incisività. Emerge l’uomo sensibile, empatico. Non è più la salvezza che lo attira, ma la salute. L’uomo multidimensionale, abitato da un mondo di mondi. L’uomo in cui si fa strada la prassi del corpo sportivo, erotico, estetico. La religione di questo uomo risulta vagamente spirituale, occasionale, sperimentale, con un tocco di spiritualità e misticismo.

Si possono riscontrare alcuni slittamenti della religione. Per l’immagine di Dio prima prevaleva il Padre eterno, ora il fratello sul cammino che viaggia con noi. Assistiamo a rovesciamenti di prospettiva. Prima l’enfasi sull’essere ora sulla sensibilità sociale. Prima sui misteri forti: peccato, presenza reale, verità, confessione, oggi il pathos del senso e del consenso. Ora siamo rabdomanti delle orme perdute del divino. Siamo passati dalla logica dei vincitori a quello delle vittime. C’è la rivoluzione in tutti i settori della vita, prevale la forza dell’immediatezza che mette in discussione tutte le istituzioni. La gente ha un accesso immediato al divino.

In seguito a questi cambiamenti profondi, e dentro la diffusione della superficialità, nell’annuncio c’è il rischio di partire da un discorso sempre negativo, spezzante sulle cose oggi di moda. Si persiste nel voler ad ogni costo appesantire la vita di tutti con una precettistica rigida, nel voler fare assegnamento sui sensi di colpa, nel voler mettere tutti in una costante posizione di debito nei confronti dell’amore di Dio, della sollecitudine della Chiesa. Tale modalità è pastoralmente controproducente, rischia di svalutare la teologia dell’incarnazione, il movimento inclusivo di Dio, che in Gesù Cristo si è fatto cultura (cfr articolo “La bottega delle idee” sul sito dell’Ufficio Catechistico Nazionale).

Per evitare ulteriori derive occorre pensare il cristianesimo come stile, vale a dire un modo di abitare il mondo sullo stile di Cristo. Comprendere il cristianesimo come stile dispone a pensare la vita cristiana come maniera di abitare il mondo e non al suo insegnamento dottrinale. Occorre fare un annuncio non perché il mondo sia salvato, ma perché è salvato. Questa prospettiva cambia lo spirito, il tono e il ruolo dell’annuncio. Se la salvezza di Gesù è già donata, allora l’annuncio avviene dentro uno spazio di gratuità, senza imposizioni, ne obbligazioni di risultato. L’annuncio non è necessario per la salvezza. Questa non necessità paradossalmente lo rende più facile e desiderabile. È il tesoro nascosto. In pratica proviamo a sostituire il pessimismo dell’intelligenza con l’ottimismo della volontà.

Liberare gli annunciatori

La proposta formativa di Siusi non si basa sul risultato facendosi carico di un compito che non è suo, con esiti difficili per la relazione. L’équipe del corso ha il compito di mettere i partecipanti nella condizione di valorizzare quello che già possiedono. Potrebbe sembrare un atteggiamento lassista, ma è il contrario perché spinge verso una creatività più impegnativa. Forzare il cambiamento ignorando le intenzioni delle persone serve soltanto a provocare una reazione negativa.

Riuscire a fare questo non è per nulla facile, preoccupati come siamo dei risultati e dell’immagine personale ma, come dice un adagio: “Porta il cavallo all’acqua, sarà lui a decidere se bere”. Il compito dell’educatore è portare all’acqua, bere resta una scelta dell’altro. E questo vale in ogni ambito educativo. Spesso crediamo di aiutare quanti si mettono in formazione sostituendoci a loro. Non solo li costringiamo a bere, ma beviamo noi per loro. Fare la nostra parte è evitare sia l’indifferenza, sia il controllo, il nostro compito è qualificare la presenza. Ogni azione ha una conseguenza.

Occorre mettere in conto che non ci sono scorciatoie alla fatica. Non ci sono soluzioni pronto uso. La strada vincente è il lavorare in équipe. Questa attenzione richiede la rinuncia alle nostre aspettative a favore della fiducia e restituisce alle persone il loro protagonismo: le conseguenze delle loro scelte sono solo loro.

Così le persone crescono e noi a poco a poco ci liberiamo dall’ansia del risultato. In questi anni di formazione abbiamo imparato a dare questo tipo di fiducia, questo ci ha portato a escogitare gesti educativi dall’esito sorprendente: se li porti all’acqua e hanno sete, berranno. È il linguaggio inventato dell’amore per quello che si fa e propone, che sa dividere i compiti e abbattere le barriere relazionali. Noi proviamo a generare emozioni, per creare ricordi e poi produrre azioni.

Valorizzare l’identità della chiesa

In questa operazione di liberazione tentiamo pure di posizionare correttamente la chiesa perché ci sono molti cliché stonati. In sostanza la chiesa esiste per il bene comune e non per difendere i propri diritti. È questo che chiede il vangelo, ed è questo che le dà identità. La chiesa non deve avere paura della propria identità. Senza identità non ha niente da dire. Se non rappresenta niente, non ha nulla da proporre. È importante però che sia un’identità aperta, confessante. L’identità è caratterizzata da un Dio che è alla ricerca dell’amore, che non è sufficiente a sé stesso. È un Dio che entra in relazione. La nostra identità è un Dio non indifferente, e la fede chiede alla comunità cristiana di uscire per andare incontro all’altro. È la nostra identità che non ci fa ripiegare su noi stessi. La chiesa non è un mondo accanto al mondo, essa condivide le gioie e le pene del nostro tempo (GS).

Essere cristiani vuol dire condividere la vita aperta sul mondo.

Dio è all’opera in ogni persona e non abbandona chi ha creato. C’è bisogno di tempo perché l’opera di Dio si realizzi. Egli è paziente. Non bisogna fare le cose troppo in fretta. A volte non si sa che cosa sta facendo, ma opera. Noi non possiamo dare la fede, essa è opera di Dio. Compito della chiesa è essere accogliente, non settaria. Bisogna prendere con rispetto le domande delle persone. Se uno è riconosciuto più facilmente si avvicina a chi lo riconosce. Più che le riforme istituzionali, la chiesa ha bisogno di qualificare la qualità degli incontri. Quando si rispetta la libertà dell’altro, possono nascere cose belle. Questo non significa una chiesa che non ha identità, ma scoprire che si identifica nel rispetto, e non può che ringiovanire con la scoperta del vangelo.

In una cultura secolarizzata ci sono visioni differenti, con l’immigrazione a cui stiamo assistendo le comunità diventeranno più modeste, è inevitabile. Ma alla chiesa rimane il compito di essere il segno che Dio ha bisogno per farsi conoscere. È un mezzo debole. Ma l’efficacia o meno della comunità cristiana non dipende dal numero, ma dall’essere più o meno significativa. Una comunità che si ritira diventa insignificante. Occorre convincersi che la domenica non è la popolazione che si riunisce, sono i cristiani.

La chiesa è allora missionaria non nei grandi eventi, o nell’organizzazione di campagne pubblicitarie, ma lo è perché è nella sua natura. È missionaria perché celebra, si impegna per i poveri e i malati, lascia la libertà ad ogni persona. La missione viene da Dio, è lui che ha inviato suo Figlio. La chiesa è testimone di questa missione e lo Spirito è all’opera perché si realizzi.

Per una formazione che rimetta al centro la vita di ognuno, che ascolti i vari membri dell’équipe, che cerchi insieme possibilità di annuncio oggi, l’esperienza che proponiamo è davvero importante. Con questi desideri intendiamo metterci “IN ROTTA”, a Siusi, per aiutare operatori pastorali e catechisti a riconcepirsi, a liberarsi da un pensiero già pensato.

p. Rinaldo Paganelli

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Don Giuseppe Verzotto riposa tra le braccia del Padre

Don Giuseppe Verzotto, di Corrado e Giustina Perin, nasce il 9 maggio 1938 a Santa Giustina In Colle (Pd). Ordinato presbitero il giorno 8 luglio 1962, nell’agosto successivo è cooperatore a Megliadino San Fidenzio, mentre nell’agosto 1965 viene nominato cooperatore a Vigodarzere. Nell’autunno 1970 viene inviato come collaboratore festivo a Cazzago (Ve). Nel giugno 1973 ottiene la laurea in pedagogia col massimo dei voti e la lode presso l’Università degli Studi di Padova.
Negli anni 1973-1976 presta servizio al Collegio Barbarigo e nel 1976 riceve la cattedra di lettere a Piazzola Sul Brenta. Dal 1977 al 1982 risiede presso la Casa del clero e si presta per il servizio liturgico nella parrocchia di Piazzola. Dal 1980 al 1986 collabora, invece, con la parrocchia di Torreselle (Tv), nel servizio festivo.
Nell’ottobre 1987 è cooperatore festivo a Mejaniga.
Dal settembre 1991 al febbraio 1994 è cooperatore festivo a Borgoricco San Leonardo, mentre dal 1995 e fino al 2001 lo è nella comunità di Piombino Dese (Tv).
Negli anni 2001-2003 è a disposizione delle parrocchie del vicariato di San Giorgio delle Pertiche.

A partire dal mese di maggio di quest’anno si era resa evidente una situazione di decadimento generale che aveva richiesto il ricovero ospedaliero e il successivo passaggio all’Opera della Provvidenza di Sarmeola. Qui la morte lo ha raggiunto nel primo mattino di martedì 7 giugno 2022.

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